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Estate 1994: penso bene di festeggiare l’ultimo anno di vita degli esami di riparazione facendomi rimandare a settembre di latino e matematica, giusto perché le esperienze vanno provate tutte. Esami brillantemente superati e premiati nell’unico modo accettabile per un adolescente in piena tempesta ormonal-musicale: acquistando le mie prime due musicassette originali di rock americano. Il prezioso foglietto che tengo in mano entrando nel glorioso “Discordia”, reca due prime scelte (“Nevermind” dei Nirvana e “Superunknown” dei Soundgarden) e due alternative. “Nevermind” non c’è, tocca alla prima “riserva”: “Vs” dei Pearl Jam.
Nasce l’amore, il nastro consumato a furia di ascolti, il recupero di “Ten”, l’attesa spasmodica per “Vitalogy” anticipata dal clamoroso singolo “Spin the black circle”, le adorabili sperimentazioni di “No Code”, la maturità di “Yield”. Vado a vederli a Torino nel 2006: buon concerto, nonostante l’idea non proprio esaltante di suonare tutto l’ultimo album, quello con l’avocado in copertina. La versione di “Black” è da brividi. Si replica nel 2010 all’Heineken: ottimi anche lì, anche se arrivo al termine della giornata stremato e non me li godo come dovrei. Duettano con Ben Harper, l’uomo più legnoso che abbia mai visto su un palco, ma musicalmente immenso. Poi arriva ieri sera, Milano, San Siro.

Il gruppo spalla è Italia-Costa Rica e provoca la reazione (ahimè) di quasi tutti i gruppi spalla del mondo: sopracciglio alzato e voglia che finisca in fretta. Prima del fischio d’inizio, Eddie Vedder si è palesato con la maglietta azzurra addosso per una versione acustica di “Porch”. Riapparirà, con tutto il gruppo, dieci minuti prima delle ventuno. Sono lontani i tempi in cui erano i giovani cantori della Generazione X: Gossard e McCready hanno i capelli grigi, Vedder e Ament qualche ruga, il solo Matt Cameron è sempre un regazzino, mentre Kenneth Gaspar è salito a bordo già agèe. Sono lontani quei tempi, quindi, ma dalla prima nota suonata non importa più nulla a nessuno, perché ci ritroviamo in una capsula dove il tempo non esiste.

I PJ provano un colpaccio già tentato in precedenza: niente partenza a mille, ma freno a mano (apparentemente) tirato. Ai pezzi più duri vengono preferito quelli più soft (e che pezzi) per stringere il “Meazza” in un morbido abbraccio. Inizia “Release”, quasi sottovoce, proseguono l’epica “Nothingman” e “Sirens” (che avrebbe potuto benissimo apparire in “Ten” senza che alcuno avesse da ridire), prima dell’ovvia deflagrazione di “Black”. Il pubblico è già vinto dopo la prima mano di poker, ha capito che può solo assecondare l’osmosi con Vedder e soci, perché si sta facendo la storia.

Certo, si dice sempre così. Il concerto più bello che abbia mai visto, un reato non esserci e simili. Solo che stavolta è  vero, quando vi diranno che vi siete persi un concerto incredibile, il concerto della vita, avranno ragione e potrete soltanto stramaledire il motivo della vostra assenza. Il gruppo che cambia scaletta ogni sera ha messo insieme quella perfetta e l’ha regalata al pubblico, in barba a suoni non sempre ottimali, per tre ore senza nessun momento di stanca. Nella mia scala personale, il momento di stanca è quando mi distraggo e inizio uno dei miei passatempi preferiti, la caccia al sosia fra il pubblico. Ieri sono riuscito a trovare solo la versione barbuta di Gaetano Curreri degli Stadio, ma solo perché era a un centimetro da me. Per il resto, occhi solo al palco, dove il jukebox sputa sogni a ripetizione.

ecco un Curreri, ma con la barba.

ecco un Curreri, ma con la barba.

Tripletta di cartelle con “Go”, “Do The Evolution” e “Corduroy”. Eddie Vedder che legge in italiano scatenando boati. Eddie Vedder con la bottiglia di vino in mano, sempre più vuota con l’avanzare del concerto. Quella gemma assoluta di “MFC”. Eddie Vedder che si dimentica le prime parole di “Given To Fly” e si dà dello “stronso” da solo (e senza leggere). “Not for you” e “Why Go” che ti fanno ricrescere la camicia a quadrettoni addosso. “Rearviewmirror” che, oggi come allora, semplicemente spacca i culi.

E poi i bis, i bis. Bis che sono il massimo dell’opulenza, è quasi troppo ciò che ci viene scaricato addosso, è tutto un girarsi verso il vicino sghignazzando e dire “ah, ah, hanno fatto pure questa, non ci credo”, con le richieste mentali di ognuno esaudite come per magia. Su “Elderly Woman”, cantata con una partecipazione da inno nazionale, le lacrime, che hanno resistito con “Black”, sono dovute uscire per forza. Vedder dedica “Just Breathe” a sua moglie, presente a bordo palco col resto della famiglia, creando un’atmosfera in grado di rendere il più truce dei metallari un postatore di immagini di gattini pucciosi e solo parzialmente rovinata da una tizia con l’apparecchio per i denti che ha urlato “DIVORZIOOOOOOO” col tempismo di un peto in chiesa. “Daughter” è catartica (e inserire al suo interno “W.M.A.” una chicca da gourmet). Poi è tutta discesa: le prime note di “Jeremy” e “Betterman” fanno impazzire la folla, mentre sull’accoppiata “Spin the Black circle”/”Lukin” credo di aver sborrato. “Porch” chiude la prima parte dei bis, ma ci sono ancora tre gettoni da inserire.

"Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa"

“Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa”

Si chiude con una tripletta da urlo: “Alive”, “Keep on rockin’ in the free world” di Neil Young (con il figlio di Matt Cameron che sostituisce alla chitarra lo scatenato McCready, il quale, alla faccia dei miei commenti sui suoi capelli grigi, a petto nudo si dimostra più tonico di me che ho tredici anni in meno) e “Yellow ledbetter”. Lo stadio è totalmente illuminato e mi guardo attorno, sto bene, stiamo tutti bene, siamo tutti belli. Eppure ci sarà qualcuno che posta link tipo “Dolce e un po’ bastarda/o” o che apprezza le insalatone. Invece no, le differenze si annullano, le liti sembrano appartenere a un’altra dimensione, siamo altrove, dove le disgrazie non ci possono toccare, il male sembra irreale e il Toro non ha pagato 800000 euro per riscattare Barreto alle buste. Ed è tutto bellissimo, così bello che mi sento anche un po’ triste, perché non troverò mai parole altrettanto bello per raccontarlo, anche l’articolo migliore dell’universo sarebbe brutto confrontandolo a ciò che è capitato, al miracolo accaduto per mano dei Pearl Jam. Tre ore di puro bene.  Oh, se Eddie Vedder fonda un partito, si sappia, io lo voto.

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Quando viene in mente Kurt Cobain non si può non pensare a quel sublime mix di rabbia/sofferenza/scazzo che ha accompagnato gli adolescenti degli anni ’90 e oltre.

Il progetto Blank on Blank, animando una serie di interviste a personaggi famosi, ha ripescato Kurt che parla dei problemi da super-nerd al liceo, delle sue origini, dei genitori, e perfino della sua ricerca sull’identità sessuale.

Stay grunge.

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Quando ho scoperto i video di Urban Jungle ho avuto due reazioni

  1. sono dei geni (parola abusata ok, ma il vocabolario costa e come disse il saggio dalla cultura non si mangia)
  2. stanno prendendo per il culo tutte le basi su cui si fonda il mio post-adolescenzialismo prolungato

In ogni caso questi corti animati sugli stereotipi musicali tipicamente giovanili si divorano in un sol boccone tra grasse risate e disagio da immedesimazione del personaggio.

Gente Glabra

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