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Slash, accompagnato da Myles Kennedy e i The Conspirator, lo vedemmo (non è plurale maiestatis, parlo di me e di mio “fratello” Stefano) al Gods Of Metal 2012. Fu una giornata epica, iniziata proprio nel segno del ricciolone ex Guns N Roses (“ehi, guarda, stanno facendo le foto con Slash”. Accorriamo trafelati per scoprire che si trattava un sosia) e proseguita col suo set di quindici pezzi, sparsi fra quelli da solista e quelli del suo magnifico passato. Impressioni di allora: Slash ha un braccio che, se ti ficcasse uno schiaffone, ti farebbe girare per un cinque minuti buoni, voglio far fidanzare Myles Kennedy con mia cognata anche se è sposato, insieme spaccano i culi (Myles e Slash, non Myles e mia cognata), la band è davvero potente, i pezzi vecchi dei Guns mi fanno commuovere quasi come Giovanni e Giacomo quando ascoltano “Luci a San Siro” in “Tre uomini e una gamba”. Il concerto si porta dietro anche un tragico errore: la scelta del posto. “Mettiamoci da questa parte del palco, vedrai che Slash verrà qui spesso” Ovviamente, non venne mai.

Memori della beffa, ieri sera, al Palalpitour di Torino, ci siamo piazzati sul lato opposto dello stage e siamo stati premiati, visto che Slesciuzzo nostro è stato lì quasi tutta la sera. Certo, ogni cosa bella ha il suo contrappasso e si è manifestato alle nostre spalle sotto forma di un’invasata intorno alla quarantina che per gran parte del concerto, ha urlato a Myles Kennedy quanto fosse figo con raffinati inviti (“togliti la maglietta, porca troia!”), seguiti da un urlo belluino continuo, a mio avviso, in grado di spaccare in due un uccellino in volo e di perforare il mio timpano. Per capire il livello di molestia, devo citare una delle Sacre Scritture (“Febbre a 90’ di Nick Hornby), più precisamente il capitolo “Il re di Kenilworth Road”, dove parla di Neil Kass, tifoso del Luton: “Una volta, un servizio dell’Indipendent, parlava di un tale che seduto nella tribuna centrale del Luton, con una voce che ricorda una sirena antinebbia, continua a sbraitare, precludendo a chiunque sia nelle immediate vicinanze qualsiasi divertimento; dopo aver guardato una partita con Neil posso solo concludere, con rammarico, che l’uomo in questione è lui”. Sostituite “sirena antinebbia” con allarme antiincendio mixato ad antifurto e avrete l’idea della cosa. Non paga, la nostra eroina si è messa a spruzzare profumo, per scherzo, con una sua amica, profumo che è finito anche sulle mie braccia, rischiando di farmi dare spiegazioni alla mia consorte sulla sua provenienza (“Da dove viene quel profumo, eh? Ma non dovevi andare a vedere un concerto? Sei andato con donne di malaffare!!!!”), cosa grazie a Dio non accaduta. Che poi magari sono le stesse che prendono per il culo le ragazzine quando urlano ai concerti degli One Direction (che, per inciso, rimangono un male per l’umanità). E, comunque, levatevi Myles dalla testa che, come già ribadito, lo faccio mettere con mia cognata, sai che figata le riunioni di famiglia a Foggia?

Nonostante questo disguido, è stato un gran concerto col pubblico bello caldo (i boati sono partiti già quando hanno iniziato ad apparire le chitarre di Slash durante il soundcheck, per rendere l’idea). Il nostro, alla soglia dei cinquant’anni, spacca ancora di brutto. Alle (rare e piene di puzza sotto il naso) voci che lo dipingono come bollito, mi sentirei di rispondere con un articolato “bollito stocazzo”. Riff macinati come un treno, assoli infuocati (quello di dieci minuti durante “Rocket Queen” trapanava il cervello), presenza scenica ottima e poi, oh, quella tuba, quei ricci, quei Rayban, cioè, sto tizio ha scritto, fra le altre cose, “Mr. Brownstone” e “Rocket Queen”, di cosa dobbiamo ancora parlare?

Myles Kennedy, da par suo, è stato fantastico. E’ così bravo che riesce a essere credibile anche nella succitata Mr. Brownstone, che tratta tematiche poco adatte alla sua faccina da bravo ragazzo. E’ così bravo che le anche le canzoni non scritte per lui, riesce a farle sue. E poi convive con leggerezza col fatto che Slash lo giudichi fico, perché se non l’avesse giudicato così, non l’avrebbe mai scelto per girare il mondo con la sua band. Ed essere considerati fichi da Slash, dovrebbe essere quasi meglio di esser considerati tali da Arthur Fonzarelli, roba da far andare fuori di testa. E invece Myles è lì, sorridente, coi piedi per terra che pensa solo a cantar bene e a far zompare il pubblico.

La band è bella quadrata, con una sezione ritmica da far spavento e il bassista, Todd Kerns, che dice la sua anche vocalmente, cantando “Doctor Alibi” e “You’re crazy” al posto di Myles. Tutto perfetto, quindi? Quasi. I pezzi dell’ultimo album di Slash e Myles non si possono dire certo brutti, ma (forse esclusa qualche eccezione, come il singolo “Bent to fly”) nemmeno memorabili e spesso si ha l’impressione che siano dei riempitivi nell’attesa che arrivi il pezzone dei Guns. Signori riempitivi, perché siamo sempre di fronte a del buon rock and roll, suonato con perizia, ma, ogni tanto, quel retrogusto persiste.

Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è quel turbine di sensazioni che creano le varie “Rocket Queen”, “Nightrain”, “Paradise City”, nonché “Slither” dei mai troppo lodati e rimpianti Velvet Revolver. E, ovviamente, “Sweet Child O’ Mine”. Che quando parte ti viene sempre un po’ da piangere, un brivido sulla schiena e un tornado di ricordi, da quando andavi allo stadio da piccolo, te la mettevano prima della partita e tu non sapevi chi la suonasse, fino alla prima volta che hai messo le mani su “Appetite for destruction”, una dannata madeleine che ti restituisce al tempo perduto e ti fa percorrere venticinque anni in un momento.

La palma della migliore in campo della serata, però, va a “You Could Be Mine”. Uno di quei pezzi che, se ascoltati in autoradio, ti fa correre il rischio di sentirti un figaccione assurdo e, conseguentemente, di guardare le ragazze dal finestrino credendoti il più grande sex symbol sceso in terra, mentre, tendenzialmente, hai lo stesso appeal dell’uomo talpa dei Simpsons. La versione di ieri sera è stata incendiaria, trasudante testosterone, con Kennedy a suo agio anche sulle note più impossibili da raggiungere, roba da battersi il cinque da solo in pubblico senza sentirsi ridicoli.

Quando anche gli ultimi coriandoli sparati durante “Paradise City” sono caduti e le luci si sono riaccese, pensi a come sarebbe una reunion dei Guns and Roses e, al tempo stesso, pensi che non la vuoi o meglio, non la vuoi con l’Axl di oggi. Se proprio dovessi avere un desiderio musicale a tua disposizione, lo sprecheresti in un’altra maniera: Izzy Stradlin’ che decide di combinare nuovamente qualcosa con Slash, si aggrega ai Conspirators e così il monicker sarà “Slash feat. Izzy Stradlin’ feat. Miles Kennedy feat. The Conspirators”. Il più lungo del mondo, forse, ma che qualità. Vado già a far la coda per i biglietti col sacco a pelo. E comunque, la prossima volta, mi porto i tappi per le orecchie. Non per il volume, ma per le urla della tipa dietro.