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L’artista russo VSE OK  ha voluto immaginare la vita reale attraverso gli occhi di alcuni dei personaggi della cultura pop di tutti i tempi utilizzando le action figures.

Dalla colazione preparata dalle manine di fata di Bruce Lee, agli addobbi natalizi di Hulk, fino alla rasatura “dolce” di Sweeney Todd…guardatevele tutte sul suo blog Tumblr, sono molto divertenti.

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E’ complicato scrivere della più importante kermesse italiana dedicata al Cinema, e spiegheremo perché, senza ripetersi e ripeterne le sue peculiarità: “l’unico Festival urbano italiano”, “il Festival del pubblico” “il Festival del Cinema di ricerca e di confine”.

Eppure la discussione sui presupposti per una sua trasformazione, in un senso recessivo, sono stati il refrain di questa trentaduesima edizione: il taglio di centocinquantamila euro a meno di un mese dall’inizio del festival, il taglio di due sale su dieci, il conseguente taglio del numero di proiezioni, l’ansia circa la perdita di diecimila biglietti secca prevista, niente red carpet, niente star, niente catalogo, niente madrina del Festival.

Il cielo su Torino era addensato di nuvoloni neri che a grande velocità sembravano dirigersi sulle teste delle povere e dei poveri spettatori e su quella delle neo, o vetero, Direttrice del Festival Emanuela Martini, chiamata per brevità , negli anni delle grandi direzioni artistiche morettiane, ameliane e virziniane, “quella che lavorava e si faceva il culo”.

Dietro le quinte o sul red carpet, poco importava.

E invece la pioggia a Torino è arrivata solo negli ultimi giorni del Festival a benedire un edizione che ha del miracoloso date le nefaste premesse.

Quello che non era stato considerato, o meglio quello che non c’è e che manca nelle analisi di chi è abituato a concepire i grandi eventi culturali in base al numero di banchetti, tappeti, star ed “eventi mediaticamente spendibili”, era la variante X dell’industria culturale italiana.

Una misteriosa e sconosciuta entità che compare magicamente nei momenti più inaspettati scompaginando previsioni e ridefinendo priorità, spesso senza capirne il senso, temi, gusti e programmi: il Pubblico.

E di pubblico a Torino per il Film Festival ce n’era davvero tantissimo.

Più quattro per cento nelle vendite dei biglietti, ed eravamo solo a metà Festival, con due sale e molte proiezioni in meno.

C’è solo che di complimentarsi con lui.

Un Pubblico, come sempre, variegato e popolarmente colto.

Gli studenti universitari sono i miei preferiti, in loro rivedo la passione che avevo a quell’età, e che ho ancora ma con meno voglia di tirarla per le lunghe, fatta di polemiche e infinite discussioni sui film visti, sul loro senso profondo, l’estetica e le reali intenzioni del regista: “tu non prendi in considerazione il fatto che” “ma guarda che l’aveva già fatto tizio, caio, sempronio, e molto meglio”. Bellissimi.

Le “sciure” sono attente e combattive, sono insegnanti in pensione o casalinghe per nulla disperate, vengono al cinema da sole o in gruppi fatti di pari età, consumano panini imbottiti in piedi, in coda, fuori dalla sala e anche dentro, “perché alle 14.00 mi parte quest’altra proiezione al Massimo e non ho tempo per pranzare, sì, un Horror, e mi hanno detto che è anche molto bello”

Gli “addetti ai lavori” sono in incognito, nella piramide sociale di una particolarissima comunità che come massima autorità riconosce la “rush line”, la fila per chi non ha biglietto ma, munito di abbonamento o accredito, spera che qualcuno che l’ha acquistato non si presenti così da poter entrare a quella proiezione “che ci tengo tanto ma mi son mosso tardi ed erano finiti i biglietti”.

La sensazione che ti da passare attraverso una rush line è simile all’ebbrezza del gioco, un piccolo miracolo che si concretizza, molto meglio del gratta e vinci quando ne vinci cinque dopo averne spesi due, euro.

Riconosci gli “addetti ai lavori” dai badge con la strisciolina azzurrina, rossa, verde se sono dei professionali, gialla per quelli della stampa.

Per tutti “il terzo tempo” è fuori dalla sala, per strada, nella pausa tra un film e l’altro, tra una sigaretta e l’altra.

E allora tendi le orecchie per capire di che film sta discutendo quel gruppo, che magari ci rimedi una buona dritta e sei sempre disposto a modificare il tuo programma, assomigliante a una strategia di guerra in cui hai calcolato durata dei film, tempo di spostamento da un cinema all’altro, tempo per pranzare e andare in bagno.

Ma sei comunque disposto.

“Tu cosa vai a vedere dopo?”

“Ah sì me ne hanno parlato benissimo, mi sa che provo a vedere se son rimasti dei biglietti”

E allora la comunità si rimette in moto, la strada si svuota: tutti in sala o a prendere il 15 e il 55 che portano dal Reposi al Massimo e viceversa.

Vai a vedere un Horror, davvero tanti quest’anno, vai vedere i film in Concorso di TORINO 32, o quelli della sezione documentaria, cerchi di capire cosa sta uscendo e cosa è uscito di bello quest’anno nel mondo e allora ti prenoti per un film della FESTA MOBILE, “non mai visto quel film al cinema ma i miei genitori sì e me l’hanno consigliato” e vai con le retrospettive sulla New Hollywood, su Giulio Questi, l’omaggio a Profondo Rosso di Dario Argento e il carpet ridiventa rosso, sangue.

I film rispecchiano il loro pubblico e attingono a un campionario smisurato di generi, durate, temi, argomenti e ambiti.

Impossibile riassumerli tutti nello spazio di un testo scritto, almeno che tu non abbia a disposizione un saggio.

Ma se volessimo fare un gioco inseguendo le nostre sensazioni, come in una sorta di brain storming a posteriori, diremmo così: tanto horror, e mi sa che l’avevate già capito, molta ironia, un pizzico di bondage, femminismo, est, meno estremo e molto più vicino a noi, quello medio e quello europeo, quello eurasiatico più di quello giapponese, coreano o singaporiano, molti bambini e tante mamme, storytelling autobiografico, trentenni in cerca di se stessi, attrici, scrittori, uomini con la pistola quanto basta.

E sarebbe una mappa cognitiva abbastanza parziale dell’immensa festa di immagini e suoni che è il Torino Film Festival, più di centottanta film presentati in dieci giorni.

E scusate se è poco.

Per la cronaca la Giuria di TORINO32, principale concorso del Festival, capitanata da Ferzan Ozpetek e composta da Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi  premia “Mange tes morts”, road movie gitano a tinte noir del francese di Jean-Charles Hue.

Secondo, Premio Speciale della Giuria, “For Some Inexplicable Reason” dell’ungherese Gábor Reisz, vero trionfatore di questa edizione del Torino Film Festival, che si aggiudica ben altri quattro premi: quello del pubblico, il  Premio speciale della giuria Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i due premi collaterali, Premio Scuola Holden Storytelling & Performing Arts e il Premio Achille Valdata, assegnato da una Giuria di lettori di Torino Sette.

Le migliori attrici sono Sidse Babett Knudsen, nel ruolo di Cynthia in “The Duke of Burgundy” di Peter Strickland e Hadas Yaron, nel ruolo di Meira in “Felix & Meira” di Maxime Giroux.

Miglior attore a Luzer Twersky, nel ruolo di Shulem, sempre per “Felix & Meira”.

Sul fronte documentario vincono la sezione italiana “Rada” di Alessandro Abba Legnazzi e quella internazionale “Endless Escape, Eternal Return” dell’Armeno Harutyun Khachatryan.

Inspiegabilmente ignorati dalle giurie, il monumentale “Gentlement” dello svedese Mikael Marcimain, già a Torino nel 2012 con “Call Girls”,  l’horror perfetto “The Babadook”, entrambi nel Concorso principale TORINO32, e “Waiting For August” di Teodora Ana Mihai, nella sezione Internazionale.doc.

Mentre qualcosa in più l’avrebbe sicuramente meritata il bellissimo “Memorie – In viaggio verso Auschwitz” di Danilo Monte, in concorso nella sezione Italiana.Doc, struggente viaggio dentro la memoria personale, che diventa collettiva, di due fratelli che riprendono a comunicare sul treno che li porterà a Carcovia, che comunque vince il Premio AVANTI! e girerà quindi nel circuito culturale curato da Lab 80 film.

La nostra personalissima menzione speciale va ad un film non in concorso ma che speriamo ardentemente venga presto distribuito in Italia: “The Guest” di Adam Wingard, regista di You’re Next e di due episodi di V.H.S., è un film cinicamente compiaciuto, visivamente potentissimo, violentemente ironico e che ha come protagonista un anti-eroe vero, potenzialmente un cult.

La Martini sembra essere passata su tutto con la sicurezza e l’elegantissimo distacco di chi è certo del proprio lavoro e, nella conferenza stampa di chiusura, oltre a cazziare la sala per il casino e il disordine, sempre con grande ed elegante distacco, ha detto la sua sui temi ancora sospesi.

Le sale in meno andranno sicuramente recuperate.

Le star? Vanno bene se sono in linea con lo spirito del Festival.

Che tradotto significa che vanno bene se sono parte della comunità e non il contenuto del programma. Che tradotto ancora meglio significa che a Torino quello che conta è il Pubblico e ciò che conta per il Pubblico sono i film. Se le Star non se la tirano, e son disponibili a fondersi con questo clima, vanno benissimo, budget permettendo.

E poi, chi ha detto che non ce n’erano?

Per la proiezione di Profondo Rosso i fan di Dario Argento erano in visibilio fuori dal Massimo per farsi autografare le locandine e i dischi con la colonna sonora del film, e personaggi come Pannofino o Mastandrea in Italia sono delle vere star.

Per non parlare di Eddie Redmayne, bello e bravissimo astro nascente, in odore di Oscar per la sua interpretazione in The Theory of Everything, presente a Torino nella sezione FESTA MOBILE e in uscita nei cinema italiani a gennaio.

In ultimo una vera chicca: il racconto del litigio con uno spettatore sulla scottante questione della mancata stampa del catalogo.

Una ferita ancora aperta nel cuore di chi li collezionava tutti, dalla prima edizione.

La Martini non si scompone: il catalogo è un utile strumento di lavoro ma era disponibile on-line.

Talmente poco feticista Lei, che quando va a fare il critico in giro per i Festival di tutto il mondo e deve scrivere di un film, le pagine del catalogo le strappa.

Così, con eleganza.

Prossimo appuntamento a Torino, le date sono state già comunicate ufficialmente, per la trentatreesima edizione dal 20 al 28 novembre 2015.

Noi ci saremo! Viva il Cinema!

dal nostro inviato KALKARION77

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Gli Atlas Losing Grip cambiano cantante.

“Currents World Tour” il prossimo tour  che partirà a Gennaio sarà senza Rodrigo Alfaro alla voce

Stando a quanto dichiarato dalla band l’ex Satanic Surfers non riusciva a garantire una  totale disponibilità per tutte le date del tour.

 

#graziealcazzo direbbe il saggio

Tra il cantante e il resto della band ci passano vent’anni di età, con Rodrigo pure padre di un bambino, gli Atlas Losing Grip per quanto possano girare hanno cachet decisamente bassi ( 300€ per la data ti Torino dello scorso inverno ) e gli stili di vita non coincidevano con le ambizioni della band che l’hanno prontamente rimpiazzato con Niklas Olsson anche lui svedese e con una gran bella voce

qui il video con cui gli Atlas Losing Grip presentano il nuovo cantante

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Adoro tutto dei Nirvana.

Tutta la discografia, da Spank thru fino a You know your rights, dalla prima all’ultima canzone scritta, dai peggio live puzzolenti, quelli dove anche Stephen Hawking suonerebbe meglio quella cazzo di About a girl, al meraviglioso Unplugged di New York.

Ma c’è una canzone che proprio non sopporto, che solo a sentirla mi sale il nazismo ostile, che arrivo a litigare se non me la levi subito.

 

Come As You Are.

 

Che solo a scriverlo m’ha dato un po stizza.

 

Ecco Come as you are porta sfiga. 

 

E’ la Marco Masini delle canzoni grunge, il Salvatore Bagni del songwriting, la Jessica Fletcher della situazione.

Non starò a tediarvi coi dettagli ma ho appurato attraverso rigorosi metodi scientifici su un campione di casi considerevole, applicando un inferenza bayesiana su un modello di Cartier-Bresson, risolvendolo tramite un albero di refutazione logica*

Ascolto Come as you are -> merdone immediato = true

 

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Stephen Hawking che suona Come As You Are

 

Sarà per il video, quella roba di pistole e versi ambigui, che hanno poi reso i Nirvana il più famoso gruppo con 6 gambe e due teste.

Sarà perché il riff di chitarra è stata la prima cosa in assoluto che abbia imparato a suonare con la chitarra, eseguendolo a ritmi di 48327694328763428 volte al giorno come uno scrotospastico**

Non saprei ma io appena la sento mi tocco i coglioni e cambio canzone.

Invece Pitchfork chiude proprio con questa canzone l’articolo (evidentemente non sapevano del mio problema) in cui  si annuncia che uscirà per la HBO  Montage of Hack, un documentario autorizzato su Kurt Cobain

La cosa particolare è che Montage of Hack è il primo documentario “fully authorized”, ovvero fatto con la l’autorizzazione e addirittura partecipazione di Courtney Love e la figlia Frances Bean.

Il documentario prende il nome da un mixtape che Cobain fece alla fine degli anni ’80 e contiene decine di canzoni e live rarità e robechenonavetemaivisto tra opere, foto, libri registrazioni e archivi personali.

Brett Morgen, regista del documentario ha dichiarato

“I started work on this project eight years ago. Like most people, when I started, I figured there would be limited amounts of fresh material to unearth. However, once I stepped into Kurt’s archive, I discovered over 200 hours of unreleased music and audio, a vast array of art projects (oil paintings, sculptures), countless hours of never-before-seen home movies, and over 4000 pages of writings that together help paint an intimate portrait of an artist who rarely revealed himself to the media.”

La HBO ha dichiarato che verrà trasmesso in prima serata la prossima stagione.

 

Il mixtape da cui prende il nome Montage of Hack

 

 

* eja.

** spero che L’ AIDS (Associazione Italiana Donatori di Scroto) non si sia offesa e non voglia partire con azioni legali.

 

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In questi mesi si fa un gran parlare di punk rock dopo le uscite dei dischi bomba  di Lagwagon, Rancid e Sick of it all e l’exploit mortal kombat di Fat Mike verso un suo fan

Ma se questi nomi per qualcuno di voi hanno un senso è molto probabile che ne abbiate sentito parlare solo dopo il 1994.

Era il 1 Febbraio 1994 quando Dookie, terzo album dei Green Day, il primo per una major dopo due dischi per Lookout, uscì nei negozi di dischi.

Quel giorno venne aperto il vaso di Pandora del punk-rock, mettendo in luce una scena così ricca e potente da aver cambiato la vita a milioni di ragazzini. (anche meno magari… ma  a me m’ha dato un motivo per alzarmi la mattina e schiacciarmi i brufoli quando avevo quindici anni.)

Per quanto possano essere odiati dai puristi e idolatrati da schiere di dodicenni ( dodicenni ad oggi, quindi nati nel 2002! ) Billie Joe e soci hanno permesso a gruppi come Offspring, Rancid, Bad Religion, NOFX, Pennywise di arrivare a vendere milioni di dischi (una cifra enorme per una scena dopotutto di nicchia) e suonare sui palchi più importanti in giro per il mondo.

E infatti è di questo che si parla in ONE NINE NINE FOUR, un documentario, scritto e diretto da Jai Al-Attas e prodotto da una indipendente australiana che esplora dalla nascita fino al suo picco di massimo splendore la scena punk californiana.

Direttamente dalla voce di Tony Hawk vengono raccontati gli albori di quella scena dagli attori principali con interviste a Brett Gurewitz (Bad Religion e Epitaph Records) e  Fat Mike (NOFX e Fat Wreck Chords) che raccontano come sono nate esplose le loro etichette indipendenti tanto da scatenare una guerra con le major per accaparrarsi le band migliori come Offspring,  Rancid e Blink 182 fino agli stessi Bad Religion che molleranno Epitaph e Gurewitz per la Sony Records

Video di repertorio e i  racconti di  NOFX, Pennywise e Green Day, le testimonianze dei creatori del Vans Tour, i Vandals e la loro Nitro, la Lookout Records danno il quadro completo di una delle scene più rappresentative di quegli anni.

il video è totalmente in inglese non sottotitolato. ma tolto Tim Amstrong che parla come se uno gli avesse vomitato in bocca il resto è abbastanza facile da capire.

 

 

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Slash, accompagnato da Myles Kennedy e i The Conspirator, lo vedemmo (non è plurale maiestatis, parlo di me e di mio “fratello” Stefano) al Gods Of Metal 2012. Fu una giornata epica, iniziata proprio nel segno del ricciolone ex Guns N Roses (“ehi, guarda, stanno facendo le foto con Slash”. Accorriamo trafelati per scoprire che si trattava un sosia) e proseguita col suo set di quindici pezzi, sparsi fra quelli da solista e quelli del suo magnifico passato. Impressioni di allora: Slash ha un braccio che, se ti ficcasse uno schiaffone, ti farebbe girare per un cinque minuti buoni, voglio far fidanzare Myles Kennedy con mia cognata anche se è sposato, insieme spaccano i culi (Myles e Slash, non Myles e mia cognata), la band è davvero potente, i pezzi vecchi dei Guns mi fanno commuovere quasi come Giovanni e Giacomo quando ascoltano “Luci a San Siro” in “Tre uomini e una gamba”. Il concerto si porta dietro anche un tragico errore: la scelta del posto. “Mettiamoci da questa parte del palco, vedrai che Slash verrà qui spesso” Ovviamente, non venne mai.

Memori della beffa, ieri sera, al Palalpitour di Torino, ci siamo piazzati sul lato opposto dello stage e siamo stati premiati, visto che Slesciuzzo nostro è stato lì quasi tutta la sera. Certo, ogni cosa bella ha il suo contrappasso e si è manifestato alle nostre spalle sotto forma di un’invasata intorno alla quarantina che per gran parte del concerto, ha urlato a Myles Kennedy quanto fosse figo con raffinati inviti (“togliti la maglietta, porca troia!”), seguiti da un urlo belluino continuo, a mio avviso, in grado di spaccare in due un uccellino in volo e di perforare il mio timpano. Per capire il livello di molestia, devo citare una delle Sacre Scritture (“Febbre a 90’ di Nick Hornby), più precisamente il capitolo “Il re di Kenilworth Road”, dove parla di Neil Kass, tifoso del Luton: “Una volta, un servizio dell’Indipendent, parlava di un tale che seduto nella tribuna centrale del Luton, con una voce che ricorda una sirena antinebbia, continua a sbraitare, precludendo a chiunque sia nelle immediate vicinanze qualsiasi divertimento; dopo aver guardato una partita con Neil posso solo concludere, con rammarico, che l’uomo in questione è lui”. Sostituite “sirena antinebbia” con allarme antiincendio mixato ad antifurto e avrete l’idea della cosa. Non paga, la nostra eroina si è messa a spruzzare profumo, per scherzo, con una sua amica, profumo che è finito anche sulle mie braccia, rischiando di farmi dare spiegazioni alla mia consorte sulla sua provenienza (“Da dove viene quel profumo, eh? Ma non dovevi andare a vedere un concerto? Sei andato con donne di malaffare!!!!”), cosa grazie a Dio non accaduta. Che poi magari sono le stesse che prendono per il culo le ragazzine quando urlano ai concerti degli One Direction (che, per inciso, rimangono un male per l’umanità). E, comunque, levatevi Myles dalla testa che, come già ribadito, lo faccio mettere con mia cognata, sai che figata le riunioni di famiglia a Foggia?

Nonostante questo disguido, è stato un gran concerto col pubblico bello caldo (i boati sono partiti già quando hanno iniziato ad apparire le chitarre di Slash durante il soundcheck, per rendere l’idea). Il nostro, alla soglia dei cinquant’anni, spacca ancora di brutto. Alle (rare e piene di puzza sotto il naso) voci che lo dipingono come bollito, mi sentirei di rispondere con un articolato “bollito stocazzo”. Riff macinati come un treno, assoli infuocati (quello di dieci minuti durante “Rocket Queen” trapanava il cervello), presenza scenica ottima e poi, oh, quella tuba, quei ricci, quei Rayban, cioè, sto tizio ha scritto, fra le altre cose, “Mr. Brownstone” e “Rocket Queen”, di cosa dobbiamo ancora parlare?

Myles Kennedy, da par suo, è stato fantastico. E’ così bravo che riesce a essere credibile anche nella succitata Mr. Brownstone, che tratta tematiche poco adatte alla sua faccina da bravo ragazzo. E’ così bravo che le anche le canzoni non scritte per lui, riesce a farle sue. E poi convive con leggerezza col fatto che Slash lo giudichi fico, perché se non l’avesse giudicato così, non l’avrebbe mai scelto per girare il mondo con la sua band. Ed essere considerati fichi da Slash, dovrebbe essere quasi meglio di esser considerati tali da Arthur Fonzarelli, roba da far andare fuori di testa. E invece Myles è lì, sorridente, coi piedi per terra che pensa solo a cantar bene e a far zompare il pubblico.

La band è bella quadrata, con una sezione ritmica da far spavento e il bassista, Todd Kerns, che dice la sua anche vocalmente, cantando “Doctor Alibi” e “You’re crazy” al posto di Myles. Tutto perfetto, quindi? Quasi. I pezzi dell’ultimo album di Slash e Myles non si possono dire certo brutti, ma (forse esclusa qualche eccezione, come il singolo “Bent to fly”) nemmeno memorabili e spesso si ha l’impressione che siano dei riempitivi nell’attesa che arrivi il pezzone dei Guns. Signori riempitivi, perché siamo sempre di fronte a del buon rock and roll, suonato con perizia, ma, ogni tanto, quel retrogusto persiste.

Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è quel turbine di sensazioni che creano le varie “Rocket Queen”, “Nightrain”, “Paradise City”, nonché “Slither” dei mai troppo lodati e rimpianti Velvet Revolver. E, ovviamente, “Sweet Child O’ Mine”. Che quando parte ti viene sempre un po’ da piangere, un brivido sulla schiena e un tornado di ricordi, da quando andavi allo stadio da piccolo, te la mettevano prima della partita e tu non sapevi chi la suonasse, fino alla prima volta che hai messo le mani su “Appetite for destruction”, una dannata madeleine che ti restituisce al tempo perduto e ti fa percorrere venticinque anni in un momento.

La palma della migliore in campo della serata, però, va a “You Could Be Mine”. Uno di quei pezzi che, se ascoltati in autoradio, ti fa correre il rischio di sentirti un figaccione assurdo e, conseguentemente, di guardare le ragazze dal finestrino credendoti il più grande sex symbol sceso in terra, mentre, tendenzialmente, hai lo stesso appeal dell’uomo talpa dei Simpsons. La versione di ieri sera è stata incendiaria, trasudante testosterone, con Kennedy a suo agio anche sulle note più impossibili da raggiungere, roba da battersi il cinque da solo in pubblico senza sentirsi ridicoli.

Quando anche gli ultimi coriandoli sparati durante “Paradise City” sono caduti e le luci si sono riaccese, pensi a come sarebbe una reunion dei Guns and Roses e, al tempo stesso, pensi che non la vuoi o meglio, non la vuoi con l’Axl di oggi. Se proprio dovessi avere un desiderio musicale a tua disposizione, lo sprecheresti in un’altra maniera: Izzy Stradlin’ che decide di combinare nuovamente qualcosa con Slash, si aggrega ai Conspirators e così il monicker sarà “Slash feat. Izzy Stradlin’ feat. Miles Kennedy feat. The Conspirators”. Il più lungo del mondo, forse, ma che qualità. Vado già a far la coda per i biglietti col sacco a pelo. E comunque, la prossima volta, mi porto i tappi per le orecchie. Non per il volume, ma per le urla della tipa dietro.

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‘E iniziato l’autunno, il che per molti suona come “è iniziato il periodo delle nuove stagioni di serie tv”. Sono tante, molte ben fatte, altre meno. Io ho dato il via alle danze con una serie non così conosciuta, ma di ottima qualità a mio parere, terminata (forse) la primavera scorsa in Uk:

In the flesh.

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Parla di Zombies, ma dimenticatevi The Walking Dead e pensate invece ad una versione meno tamarra e più british di True Blood. La prima serie, andata in onda su BBC3, è una mini di tre puntate, la seconda serie invece alza il tiro a sei puntate.

La storia è ambientata nel villaggio di Roarton nel Lancashire, e ha come protagonista un tardo adolescente, Kieren Walker (Luke Newberry), ex-suicida, che soffre di “Partially Deceased Syndrome“.

Sì, essere Zombie è una malattia, e ne sono affetti tutti i “Rising”, coloro che si sono risvegliati in un particolare lasso di tempo. I Rising, dopo intense cure di riabilitazione e farmaci, sono stati poi reintrodotti nel villaggio, con ondate di fisiologico astio e diffidenza nella comunità.

La famiglia di Kieren ha già nel suo nucleo una serie di figure complesse e ben costruite, dalla sorella soldato Jem (Harriet Cains) della milizia anti-zobies HVF, ai genitori oscillanti tra paure e sferzate di amore parentale.

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L’animo tormentato di Kieren è solo un primo tassello a cui si agganciano tutti gli altri, creando una geniale panoramica e vari interessanti intrecci.

Uno dei personaggi in cui è facile immedesimarsi (soprattutto per una ragazza stramba come me) è Amy (Emily Bevan), la BDFF, ovvero la best dead friend forever di Kieren.

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Le budella smangiucchiate perciò vengono dimenticate, tra le evidenti critiche alle dinamiche sociali, le problematiche queer, adolescenziali, femminili e maschili trattate con grande delicatezza e la totale assenza delle solite dicotomie “buono” e “cattivo”.

Il vero male è l’ignoranza perpetuata dalla paura di ciò che è altro, e che ha radici profonde che la serie tv sonda senza pregiudizi e paradossalmente con grande realismo.

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Si dice che per i tv series-addicted si sia aperta una nuova fase storica, in cui i “drogati”, dopo aver assaggiato Breaking Bad, provano spasmodicamente tutti gli altri stupefacenti sperando di risentirne gli stessi effetti. Beh, qui stiamo parlando di una sostanza ben composta, che ti lascia un buon sapore e la voglia di assaggiare la terza serie.

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Uno dei motivi principali che fa pensare che non ci sia speranza per l’umanità, è il fatto che gli Anathema non siano in vetta a qualsiasi classifica musicale e non abbiano un monumento in tutte le principali città europee. Non mi spingerò a dire pubblicamente che chi non li ama, forse, sotto sotto, sia una brutta persona, ma sappiate che lo penso profondamente. Partiti da un oscuro doom death, il gruppo dei fratelli Cavanagh si è evoluto e trasformato, inserendo sonorità ambient e influenze pinkfloydiane nelle parti più dure, trovando il tassello mancante con la splendida voce femminile di Lee Douglas e diventando qualcosa che di indefinibilmente stupendo. Hanno cantato lo spleen , hanno cantato i sogni, hanno superato prove che avrebbero ammazzato centinaia di gruppi a colpi di voglia di suonare, di gioia di esserci. Li ho visti dal vivo tre volte. La prima, una sera di metà novembre del 2010, Vincent ha la febbre e non può sforzare la voce, ma riesce ugualmente a tirar fuori un concerto superbo e ricco di calore, un’atmosfera unica, quasi familiare e noi non siamo in piedi sotto il palco, ma idealmente seduti attorno a un caminetto, un universo a parte, mentre fuori si congela. Su “One Last Goodbye”, ricordo la fatica titanica per ricacciare indietro le lacrime. La seconda, incredibile ma vero, capita praticamente sotto casa mia nell’ottobre 2012: Grugliasco, teatro Le Serre. Con il clamoroso album “Weather System” nuovo di pacca, gli inglesi mettono su un altro spettacolo pauroso. Ho persino l’occasione di conoscerli e fare qualche foto dopo il concerto. Penso di essere tornato a casa camminando a sei metri da terra e non voglio immaginare chi, trattenutosi più di me, ha avuto la possibilità di ascoltare un improvvisato set acustico nel parcheggio di Danny, chitarra, voce e mille altre cose della band. anathema1 La terza è ieri sera. Sono partito malmostoso verso i miei beniamini, nonostante suonassero all’Alcatraz di Milano, locale dall’acustica ottima e (last but not least, per i cagoni cronici) bagni a cinque stelle. Il casus belli è la scaletta: ma come, si è parlato di rispolverare pezzi che non venivano eseguiti da tanto tempo e mi fate praticamente tutto l’ultimo album (l’ottimo “Distant Satellites”), per di più togliendo “Dusk (Dark is descending)” che è la mia canzone preferita di tutto il lavoro? Per dimostrare la mia contrarietà, faccio quello che arriva all’ultimo momento, preferendo un panozzo all’Old Wild West al guardare il gruppo spalla (e, a occhio e croce, per le poche note sentite, meno male). Poi, appena entro e vedo il loro logo un po’ ovunque, inizio a sciogliermi e sin dalle prime note capisco di essere soltanto uno stronzone che giustamente verrà punito, a fine concerto, pestando la cacca di un cane. Anche se, a pensarci bene, la punizione vera è andata all’amico che era con me, visto che eravamo con la sua macchina. Gli Anathema, col loro nuovo corso che prevede pezzi che vanno in continuo crescendo, partendo piano e poi facendoti ritrovare, senza quasi accorgertene, in un turbine di suoni, creano una bolla luminosa. Una bolla che ci racchiude tutti, lasciando, ancora una volta, fuori tutto il resto. Non è il focolare dei Magazzini Generali citato prima, ma una sfera che si solleva e ti va guardare tutto da lontano, quasi distrattamente, ma, al tempo stesso, con empatia e partecipazione. Come se fossimo su un satellite. Su un satellite distante, per l’appunto. In mezzo a questa sfera c’è la voce di Lee Douglas. Quando una zamarra con la maglietta di Amici dice che Alessandra Amoroso ed Emma Marrone sono troppo le più migliori, bisognerebbe prenderla per un orecchio, portarla ad ascoltare Lee e poi lasciarla libera di pentirsi. La stessa sorte, a dire il vero, dovrebbe toccare a chi pensa che una voce femminile debba perdersi in inutili virtuosismi stile gospel o urletti vari, perché Lee non ha bisogno di gargarismi, sculettate o grida belluine per farsi notare. Lee è la Voce dell’Anima, punto. Canta e basta. E quel basta emoziona. E quel basta, senza quasi accorgersene, spinge sempre più in là i livelli che raggiunge. Al termine di “A natural disaster”, quando chiude il pezzo quasi senza musica di sottofondo, il silenzio della platea ha qualcosa di religioso. Oltretutto è anche tifosissima dell’Everton, quando si dice rasentare la perfezione. images C’è stata una cosa che gli Anathema hanno sempre fatto in questi anni, qualunque sia stata la pelle con cui si sono mostrati. Hanno creato catarsi, ci hanno elevato, ci hanno dato motivi per andare avanti quando tutto sembrava perduto, ci hanno regalato un’ulteriore ragione per sorridere quando tutto andava per il meglio. Le note di “Sentient” che deflagra in “Angelica” nel walkman partendo per il mare il mattino presto, tutto l’ultimo album mentre finisco la giornata sotto la doccia, l’attacco di “Deep” che arriva in testa quando meno te l’aspetti, “Lightninh Song” ascoltata prima di dormire e sempre lo stesso finale: stare bene, anche se solo per un momento. L’hanno fatto anche ieri sera, ovviamente. Col mondo sempre più cattivo e angosciante, ci sono riusciti ancora. E, per chiunque c’era, è stato in un momento diverso. Il mio è arrivato alla terza traccia, quell’Untouchable Part 1 che apre il penultimo “Weather Systems”. L’infinito crescendo che ti fa urlare il ritornello a squarciagola, a un certo punto sembrava staccarmi il cuore dal petto e inumidirmi gli occhi: è l’ che è successo. La vita è una merda, i problemi sono feroci, ma in quel momento niente e nessuno poteva ferirci. Come se avessimo chiesto, silenziosamente, ma tutti insieme, di liberarci dal male e la loro musica avesse risposto presente. Ancora una volta ci ha liberato dal male. Ci hanno liberato dal male. Amen.

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Estate 1994: penso bene di festeggiare l’ultimo anno di vita degli esami di riparazione facendomi rimandare a settembre di latino e matematica, giusto perché le esperienze vanno provate tutte. Esami brillantemente superati e premiati nell’unico modo accettabile per un adolescente in piena tempesta ormonal-musicale: acquistando le mie prime due musicassette originali di rock americano. Il prezioso foglietto che tengo in mano entrando nel glorioso “Discordia”, reca due prime scelte (“Nevermind” dei Nirvana e “Superunknown” dei Soundgarden) e due alternative. “Nevermind” non c’è, tocca alla prima “riserva”: “Vs” dei Pearl Jam.
Nasce l’amore, il nastro consumato a furia di ascolti, il recupero di “Ten”, l’attesa spasmodica per “Vitalogy” anticipata dal clamoroso singolo “Spin the black circle”, le adorabili sperimentazioni di “No Code”, la maturità di “Yield”. Vado a vederli a Torino nel 2006: buon concerto, nonostante l’idea non proprio esaltante di suonare tutto l’ultimo album, quello con l’avocado in copertina. La versione di “Black” è da brividi. Si replica nel 2010 all’Heineken: ottimi anche lì, anche se arrivo al termine della giornata stremato e non me li godo come dovrei. Duettano con Ben Harper, l’uomo più legnoso che abbia mai visto su un palco, ma musicalmente immenso. Poi arriva ieri sera, Milano, San Siro.

Il gruppo spalla è Italia-Costa Rica e provoca la reazione (ahimè) di quasi tutti i gruppi spalla del mondo: sopracciglio alzato e voglia che finisca in fretta. Prima del fischio d’inizio, Eddie Vedder si è palesato con la maglietta azzurra addosso per una versione acustica di “Porch”. Riapparirà, con tutto il gruppo, dieci minuti prima delle ventuno. Sono lontani i tempi in cui erano i giovani cantori della Generazione X: Gossard e McCready hanno i capelli grigi, Vedder e Ament qualche ruga, il solo Matt Cameron è sempre un regazzino, mentre Kenneth Gaspar è salito a bordo già agèe. Sono lontani quei tempi, quindi, ma dalla prima nota suonata non importa più nulla a nessuno, perché ci ritroviamo in una capsula dove il tempo non esiste.

I PJ provano un colpaccio già tentato in precedenza: niente partenza a mille, ma freno a mano (apparentemente) tirato. Ai pezzi più duri vengono preferito quelli più soft (e che pezzi) per stringere il “Meazza” in un morbido abbraccio. Inizia “Release”, quasi sottovoce, proseguono l’epica “Nothingman” e “Sirens” (che avrebbe potuto benissimo apparire in “Ten” senza che alcuno avesse da ridire), prima dell’ovvia deflagrazione di “Black”. Il pubblico è già vinto dopo la prima mano di poker, ha capito che può solo assecondare l’osmosi con Vedder e soci, perché si sta facendo la storia.

Certo, si dice sempre così. Il concerto più bello che abbia mai visto, un reato non esserci e simili. Solo che stavolta è  vero, quando vi diranno che vi siete persi un concerto incredibile, il concerto della vita, avranno ragione e potrete soltanto stramaledire il motivo della vostra assenza. Il gruppo che cambia scaletta ogni sera ha messo insieme quella perfetta e l’ha regalata al pubblico, in barba a suoni non sempre ottimali, per tre ore senza nessun momento di stanca. Nella mia scala personale, il momento di stanca è quando mi distraggo e inizio uno dei miei passatempi preferiti, la caccia al sosia fra il pubblico. Ieri sono riuscito a trovare solo la versione barbuta di Gaetano Curreri degli Stadio, ma solo perché era a un centimetro da me. Per il resto, occhi solo al palco, dove il jukebox sputa sogni a ripetizione.

ecco un Curreri, ma con la barba.

ecco un Curreri, ma con la barba.

Tripletta di cartelle con “Go”, “Do The Evolution” e “Corduroy”. Eddie Vedder che legge in italiano scatenando boati. Eddie Vedder con la bottiglia di vino in mano, sempre più vuota con l’avanzare del concerto. Quella gemma assoluta di “MFC”. Eddie Vedder che si dimentica le prime parole di “Given To Fly” e si dà dello “stronso” da solo (e senza leggere). “Not for you” e “Why Go” che ti fanno ricrescere la camicia a quadrettoni addosso. “Rearviewmirror” che, oggi come allora, semplicemente spacca i culi.

E poi i bis, i bis. Bis che sono il massimo dell’opulenza, è quasi troppo ciò che ci viene scaricato addosso, è tutto un girarsi verso il vicino sghignazzando e dire “ah, ah, hanno fatto pure questa, non ci credo”, con le richieste mentali di ognuno esaudite come per magia. Su “Elderly Woman”, cantata con una partecipazione da inno nazionale, le lacrime, che hanno resistito con “Black”, sono dovute uscire per forza. Vedder dedica “Just Breathe” a sua moglie, presente a bordo palco col resto della famiglia, creando un’atmosfera in grado di rendere il più truce dei metallari un postatore di immagini di gattini pucciosi e solo parzialmente rovinata da una tizia con l’apparecchio per i denti che ha urlato “DIVORZIOOOOOOO” col tempismo di un peto in chiesa. “Daughter” è catartica (e inserire al suo interno “W.M.A.” una chicca da gourmet). Poi è tutta discesa: le prime note di “Jeremy” e “Betterman” fanno impazzire la folla, mentre sull’accoppiata “Spin the Black circle”/”Lukin” credo di aver sborrato. “Porch” chiude la prima parte dei bis, ma ci sono ancora tre gettoni da inserire.

"Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa"

“Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa”

Si chiude con una tripletta da urlo: “Alive”, “Keep on rockin’ in the free world” di Neil Young (con il figlio di Matt Cameron che sostituisce alla chitarra lo scatenato McCready, il quale, alla faccia dei miei commenti sui suoi capelli grigi, a petto nudo si dimostra più tonico di me che ho tredici anni in meno) e “Yellow ledbetter”. Lo stadio è totalmente illuminato e mi guardo attorno, sto bene, stiamo tutti bene, siamo tutti belli. Eppure ci sarà qualcuno che posta link tipo “Dolce e un po’ bastarda/o” o che apprezza le insalatone. Invece no, le differenze si annullano, le liti sembrano appartenere a un’altra dimensione, siamo altrove, dove le disgrazie non ci possono toccare, il male sembra irreale e il Toro non ha pagato 800000 euro per riscattare Barreto alle buste. Ed è tutto bellissimo, così bello che mi sento anche un po’ triste, perché non troverò mai parole altrettanto bello per raccontarlo, anche l’articolo migliore dell’universo sarebbe brutto confrontandolo a ciò che è capitato, al miracolo accaduto per mano dei Pearl Jam. Tre ore di puro bene.  Oh, se Eddie Vedder fonda un partito, si sappia, io lo voto.

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Oggi volevo mantenermi leggera, un’insalatina e via mi sono detta (ovviamente per iniziare la preparazione psicologica agli imminenti servizi di Studio Aperto sulla prova costume), evitando addirittura di mettere il tonno, che non sia mai dovessi diventare come Kevin Costner.

E poi mi hanno fatto vedere questo: interi paesaggi di formaggio, salmone, mortazza, caramelle e cioccolato creati in studio dal fotografo londinese Carl Warner che ha utilizzato solo cibo fresco per riprodurli (che dopo non si possono mangiare).

Carl Warner viene visibilmente da una lunga esperienza nel mondo della pubblicità (magari avrebbe potuto dare due dritte a Kevin), ed è abituato a realizzare paesaggi con gli oggetti o con i corpi umani. Ma qui ha voluto creare un vero e proprio genere fotografico chiamato Foodscape che inizia con la progettazione in 3D dell’immagine, poi la creazione con il cibo, e infine il consistente lavoro di ritocco in digitale.

Vi dico solo che sono le cinque e ci scappa una bella merenda a base di salumi, asiago e patè di olive.

Buona merenda anche a voi.

1 warner

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cabbge

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gummy

salmon

bread

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Gente Glabra

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