Non si esce vivi dagli anni novanta 1: “YOUTHANASIA” (MEGADETH)

Browse By

Sarà perché è in quel decennio che ho vissuto adolescenza-post adolescenza e derivati, ma penso che il periodo ’90-’99 sia stato il più importante, musicalmente parlando, dopo i “seventies”: la spinta del grunge, il metallo che sembrava prima soccombere, ma poi, seppur ridimensionato in certi numeri, ha saputo ribattere e rinascere con album semplicemente spettacolari nei vari filoni e sottofiloni, le riviste di settore trattate come reliquie e su cui si poneva fiducia quasi cieca, con internet di là dal diffondersi. Ci sono album che ballano una sola estate e capolavori che ridefiniscono un genere, zampate da vecchi leoni e opere tremendamente sottovalutate.

Youthanasia

Youthanasia dei Megadeth fa parte dell’ultimo lotto, bollato in fretta come album commerciale, mentre è la prosecuzione naturale di “Countdown to extinction” e, pur essendo inferiore al predecessore, è ancora una macchina da guerra per quasi tutta la sua durata.

Megadeth-YouthanasiaInnanzitutto, la copertina. Hugh Syme fa le cose in grande: una massaia che stende neonati come fossero panni sporchi, sotto un cielo minaccioso. Immediato l’acquisto della maglietta corrispondente, con tanto di disputa teologico-filosofico con una suora incrociata per caso e che contestava l’immagine sul mio petto. Valle a spiegare che era una metafora (forte) della condizione sociale dell’essere umano, che era un verso di denuncia della titletrack e che, con tutto il rispetto, sono uno degli uomini più mansueti al mondo e, per salvare delle anime, avrebbe dovuto andare a rompere i coglioni da un’altra parte.

In tempi di ristrettezze finanziarie, l’album arriva con la solita cassettina copiata: ne viene inspiegabilmente usata una da 90’, quando ne sarebbe bastata una da 60’, il che porta a un eterno fast forward al termine di ogni lato. Secondo disguido: i primi secondi si sentono malissimo, il che mi porta a godere leggermente meno del riff sontuoso di “Reckoning day” che, usando un giro di parole, spacca i culi.  Fortunatamente, il riff viene ripetuto una dozzina di volte anche quando il suono diventa nitido, poi Mustaine attacca a cantare con una voce accettabile (cosa non sempre accaduta) di rese dei conti, mentre il suono si ammorbidisce verso il ritornello (parola tristissima, lo so) e gli assoli si sprecano. Buon modo di rompere il fiato.

Il primo singolo

Si passa a “Train of consequences”, il primo singolo, un riff arrogante come unghie che graffiano il muro. Il pezzo spacca, spacca anche il video, dove, durante un angosciante viaggio in treno, si gioca una partita a poker in cui uno dei partecipanti punta un occhio. Il proprio. Cioè, vedi proprio l’occhio cadere sul tavolo e poi inquadrano il tipo diventato guercio: aspettare che passi su Videomusic e registrarlo in vhs diventa un dovere morale che, video musicali a parte, riservo solo alla Gialappa’s, a brandelli di Playboy Show e a qualche scorcio di tetta alla Penthouse su Quartarete. Dopo questa doppietta iniziale, la tensione cala leggermente con “Addicted to Chaos” che resta comunque più che dignitosa.

“Je vous appartien” ringhiato da Mustaine non si può sentire

Il quarto capitolo è “A tout le monde”, dove regna l’allegria con il buon Dave che immagina di proferire le sue ultime parole sul letto di morte. Il testo avrebbe dovuto essere proposto in cinque lingue, ma il rosso leader si è reso conto di avere difetti di pronuncia insormontabili e ha ripiegato solo sul francese, cosa che dal mio modesto punto di vista, data l’idiosincrasia nell’accostare la lingua di Brassens alla musica dura (sì, ok, c’è “Antisocial” dei Trust, ma anche gli orologi fermi segnalano l’ora esatta due volte al giorno), si sarebbe potuto evitare. “Je vous appartien” ringhiato da Mustaine non si può sentire e rischia di rovinare un pezzo comunque epico, abbastanza inspiegabilmente riproposto a distanza di anni in duetto con Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, che rimane sempre una grande e ha una voce della Madonna e quindi può permettersi tutto.

Dopo il pezzo più debole dell’album (“Elysian Fields”, dove i ‘Deth cercano di buttar dentro tante cose riuscendo a non azzeccarne mezza), arriva uno dei momenti più alti dell’album: “The killing road”. Il riff è violento, pesante, pieno di groove e adatto da fischiettare sotto la doccia: tutto questo popò di roba contemporaneamente prelude a una canzone cattiva nei testi e nelle sonorità, dove Mustaine parla di autodistruzione, argomento che conosce piuttosto bene, con un’amarezza violenta che fa riflettere (“Lost my mind/lost all my money/ i lost my life to the killing road”) in un crescendo irresistibile, con un finale in cui Nick Menza sembra prendere a pugni la batteria.

1ce57ce2dbc7b2e030bffe7bb7f44ab0_vice_670

A questo punto, per il sottoscritto, veniva il momento di cambiare il lato della cassetta e godersi l’intro sulfurea di “Blood of heroes”, dove i Megadeth provano a cimentarsi nelle tematiche manowariane. Questa canzone piaceva a una mia compagna di classe, che era anche carina, ma io ero fidanzato con un’altra, che ci vuoi fare, è andata così: niente limonata ascoltando Mustaine intonare “still alive/blood of heroes/never die/they never die”, mentre spadoni fiammeggianti volano nel cielo. Musicalmente siamo di fronte a un mid tempo abbastanza solido, che permette qualche scapocciata con faccia cattiva, ma non troppo.

Il tono rimane bello alto con “Family Tree”, dove il basso di Dave Ellefson è qualcosa che ti entra nel cervello in maniera sinuosa e te lo apre in due. “Bam bam bam bam bam” mentre Diamond Dave parla degli orrori e degli abusi che possono nascondersi dietro l’aspetto rassicurante di una famiglia. Lo spessore lirico, anche qui, non è indifferente (“The tigers eat their young” è una frase che colpisce in mezzo agli occhi), ma addirittura aumenta con la già citata titletrack, che ha un riff che sembra prenderti in giro e finisce con insinuarsi anch’esso nella testa, mentre un Mustaine sempre più in forma ci racconta che “we’ve been hung out to dry”. Con il growl, sarebbe un pezzo adatto per i Carcass di “Swan Song”, il che, detto da uno come me che per i Carcass è malato, è il più grande dei complimenti e dovrebbe suscitare reazioni simili al “sei dimagrita” detto alla propria fidanzata.

“I thought i knew it all” e “Black curtains”, pur non essendo ai livelli delle tracce immeddave-mustaine-corbis-630-80iatamente precedenti, ti fanno fare la faccia sufficientemente truce quando le ascolti e quindi la sfangano, anche se gradisco più la prima della coppia. Si chiude col botto con “Victory”, chicca totale all’interno del cui testo vengono inseriti titoli di vecchie canzoni (l’apice è la risatina dopo “Lucretia said”): il pezzo è una discreta cartella, parte all’improvviso e rischia di coglierti impreparato. Una volta ero mezzo abbioccato sull’autobus e quando il fedele walkman mi ha sparato l’attacco nelle orecchie, ho fatto un salto di un certo livello, guardato con stupore dagli altri passeggeri. Il duello finale tra gli assoli di Mustaine e Friedman è un Mezzogiorno di fuoco delle sei corde dove non si sa per chi tifare. Visto come sono andati gli album successivi, come si sia frantumata quella che è la formazione migliore dei Megadeth e tutti gli annessi e connessi, forse avrei dovuto tifare per la cristallizzazione del momento.

Ps Nella versione rimasterizzata, c’è la breve, ma ottima, “Millennium of the blind” (poi riproposta in Thirteen) e alcune versioni demo tendenzialmente inutili, fra cui quella di “A tout le monde”, dove Mustaine sembra realmente cantare da un letto, se non di morte certamente da post-sbronza, e l’assolo pare suonato con una tastierina Bontempi. Teniamoci l’originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *