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– What are you looking at, you weirdo? – IN THE FLESH e la saggezza degli zombies

‘E iniziato l’autunno, il che per molti suona come “è iniziato il periodo delle nuove stagioni di serie tv”. Sono tante, molte ben fatte, altre meno. Io ho dato il via alle danze con una serie non così conosciuta, ma di ottima qualità a mio parere, terminata (forse) la primavera scorsa in Uk:

In the flesh.

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Parla di Zombies, ma dimenticatevi The Walking Dead e pensate invece ad una versione meno tamarra e più british di True Blood. La prima serie, andata in onda su BBC3, è una mini di tre puntate, la seconda serie invece alza il tiro a sei puntate.

La storia è ambientata nel villaggio di Roarton nel Lancashire, e ha come protagonista un tardo adolescente, Kieren Walker (Luke Newberry), ex-suicida, che soffre di “Partially Deceased Syndrome“.

Sì, essere Zombie è una malattia, e ne sono affetti tutti i “Rising”, coloro che si sono risvegliati in un particolare lasso di tempo. I Rising, dopo intense cure di riabilitazione e farmaci, sono stati poi reintrodotti nel villaggio, con ondate di fisiologico astio e diffidenza nella comunità.

La famiglia di Kieren ha già nel suo nucleo una serie di figure complesse e ben costruite, dalla sorella soldato Jem (Harriet Cains) della milizia anti-zobies HVF, ai genitori oscillanti tra paure e sferzate di amore parentale.

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L’animo tormentato di Kieren è solo un primo tassello a cui si agganciano tutti gli altri, creando una geniale panoramica e vari interessanti intrecci.

Uno dei personaggi in cui è facile immedesimarsi (soprattutto per una ragazza stramba come me) è Amy (Emily Bevan), la BDFF, ovvero la best dead friend forever di Kieren.

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Le budella smangiucchiate perciò vengono dimenticate, tra le evidenti critiche alle dinamiche sociali, le problematiche queer, adolescenziali, femminili e maschili trattate con grande delicatezza e la totale assenza delle solite dicotomie “buono” e “cattivo”.

Il vero male è l’ignoranza perpetuata dalla paura di ciò che è altro, e che ha radici profonde che la serie tv sonda senza pregiudizi e paradossalmente con grande realismo.

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Si dice che per i tv series-addicted si sia aperta una nuova fase storica, in cui i “drogati”, dopo aver assaggiato Breaking Bad, provano spasmodicamente tutti gli altri stupefacenti sperando di risentirne gli stessi effetti. Beh, qui stiamo parlando di una sostanza ben composta, che ti lascia un buon sapore e la voglia di assaggiare la terza serie.