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Fumetti, libri, metal, rock, Sabrina e Toro. In rigoroso ordine alfabetico.

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Slash, accompagnato da Myles Kennedy e i The Conspirator, lo vedemmo (non è plurale maiestatis, parlo di me e di mio “fratello” Stefano) al Gods Of Metal 2012. Fu una giornata epica, iniziata proprio nel segno del ricciolone ex Guns N Roses (“ehi, guarda, stanno facendo le foto con Slash”. Accorriamo trafelati per scoprire che si trattava un sosia) e proseguita col suo set di quindici pezzi, sparsi fra quelli da solista e quelli del suo magnifico passato. Impressioni di allora: Slash ha un braccio che, se ti ficcasse uno schiaffone, ti farebbe girare per un cinque minuti buoni, voglio far fidanzare Myles Kennedy con mia cognata anche se è sposato, insieme spaccano i culi (Myles e Slash, non Myles e mia cognata), la band è davvero potente, i pezzi vecchi dei Guns mi fanno commuovere quasi come Giovanni e Giacomo quando ascoltano “Luci a San Siro” in “Tre uomini e una gamba”. Il concerto si porta dietro anche un tragico errore: la scelta del posto. “Mettiamoci da questa parte del palco, vedrai che Slash verrà qui spesso” Ovviamente, non venne mai.

Memori della beffa, ieri sera, al Palalpitour di Torino, ci siamo piazzati sul lato opposto dello stage e siamo stati premiati, visto che Slesciuzzo nostro è stato lì quasi tutta la sera. Certo, ogni cosa bella ha il suo contrappasso e si è manifestato alle nostre spalle sotto forma di un’invasata intorno alla quarantina che per gran parte del concerto, ha urlato a Myles Kennedy quanto fosse figo con raffinati inviti (“togliti la maglietta, porca troia!”), seguiti da un urlo belluino continuo, a mio avviso, in grado di spaccare in due un uccellino in volo e di perforare il mio timpano. Per capire il livello di molestia, devo citare una delle Sacre Scritture (“Febbre a 90’ di Nick Hornby), più precisamente il capitolo “Il re di Kenilworth Road”, dove parla di Neil Kass, tifoso del Luton: “Una volta, un servizio dell’Indipendent, parlava di un tale che seduto nella tribuna centrale del Luton, con una voce che ricorda una sirena antinebbia, continua a sbraitare, precludendo a chiunque sia nelle immediate vicinanze qualsiasi divertimento; dopo aver guardato una partita con Neil posso solo concludere, con rammarico, che l’uomo in questione è lui”. Sostituite “sirena antinebbia” con allarme antiincendio mixato ad antifurto e avrete l’idea della cosa. Non paga, la nostra eroina si è messa a spruzzare profumo, per scherzo, con una sua amica, profumo che è finito anche sulle mie braccia, rischiando di farmi dare spiegazioni alla mia consorte sulla sua provenienza (“Da dove viene quel profumo, eh? Ma non dovevi andare a vedere un concerto? Sei andato con donne di malaffare!!!!”), cosa grazie a Dio non accaduta. Che poi magari sono le stesse che prendono per il culo le ragazzine quando urlano ai concerti degli One Direction (che, per inciso, rimangono un male per l’umanità). E, comunque, levatevi Myles dalla testa che, come già ribadito, lo faccio mettere con mia cognata, sai che figata le riunioni di famiglia a Foggia?

Nonostante questo disguido, è stato un gran concerto col pubblico bello caldo (i boati sono partiti già quando hanno iniziato ad apparire le chitarre di Slash durante il soundcheck, per rendere l’idea). Il nostro, alla soglia dei cinquant’anni, spacca ancora di brutto. Alle (rare e piene di puzza sotto il naso) voci che lo dipingono come bollito, mi sentirei di rispondere con un articolato “bollito stocazzo”. Riff macinati come un treno, assoli infuocati (quello di dieci minuti durante “Rocket Queen” trapanava il cervello), presenza scenica ottima e poi, oh, quella tuba, quei ricci, quei Rayban, cioè, sto tizio ha scritto, fra le altre cose, “Mr. Brownstone” e “Rocket Queen”, di cosa dobbiamo ancora parlare?

Myles Kennedy, da par suo, è stato fantastico. E’ così bravo che riesce a essere credibile anche nella succitata Mr. Brownstone, che tratta tematiche poco adatte alla sua faccina da bravo ragazzo. E’ così bravo che le anche le canzoni non scritte per lui, riesce a farle sue. E poi convive con leggerezza col fatto che Slash lo giudichi fico, perché se non l’avesse giudicato così, non l’avrebbe mai scelto per girare il mondo con la sua band. Ed essere considerati fichi da Slash, dovrebbe essere quasi meglio di esser considerati tali da Arthur Fonzarelli, roba da far andare fuori di testa. E invece Myles è lì, sorridente, coi piedi per terra che pensa solo a cantar bene e a far zompare il pubblico.

La band è bella quadrata, con una sezione ritmica da far spavento e il bassista, Todd Kerns, che dice la sua anche vocalmente, cantando “Doctor Alibi” e “You’re crazy” al posto di Myles. Tutto perfetto, quindi? Quasi. I pezzi dell’ultimo album di Slash e Myles non si possono dire certo brutti, ma (forse esclusa qualche eccezione, come il singolo “Bent to fly”) nemmeno memorabili e spesso si ha l’impressione che siano dei riempitivi nell’attesa che arrivi il pezzone dei Guns. Signori riempitivi, perché siamo sempre di fronte a del buon rock and roll, suonato con perizia, ma, ogni tanto, quel retrogusto persiste.

Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è quel turbine di sensazioni che creano le varie “Rocket Queen”, “Nightrain”, “Paradise City”, nonché “Slither” dei mai troppo lodati e rimpianti Velvet Revolver. E, ovviamente, “Sweet Child O’ Mine”. Che quando parte ti viene sempre un po’ da piangere, un brivido sulla schiena e un tornado di ricordi, da quando andavi allo stadio da piccolo, te la mettevano prima della partita e tu non sapevi chi la suonasse, fino alla prima volta che hai messo le mani su “Appetite for destruction”, una dannata madeleine che ti restituisce al tempo perduto e ti fa percorrere venticinque anni in un momento.

La palma della migliore in campo della serata, però, va a “You Could Be Mine”. Uno di quei pezzi che, se ascoltati in autoradio, ti fa correre il rischio di sentirti un figaccione assurdo e, conseguentemente, di guardare le ragazze dal finestrino credendoti il più grande sex symbol sceso in terra, mentre, tendenzialmente, hai lo stesso appeal dell’uomo talpa dei Simpsons. La versione di ieri sera è stata incendiaria, trasudante testosterone, con Kennedy a suo agio anche sulle note più impossibili da raggiungere, roba da battersi il cinque da solo in pubblico senza sentirsi ridicoli.

Quando anche gli ultimi coriandoli sparati durante “Paradise City” sono caduti e le luci si sono riaccese, pensi a come sarebbe una reunion dei Guns and Roses e, al tempo stesso, pensi che non la vuoi o meglio, non la vuoi con l’Axl di oggi. Se proprio dovessi avere un desiderio musicale a tua disposizione, lo sprecheresti in un’altra maniera: Izzy Stradlin’ che decide di combinare nuovamente qualcosa con Slash, si aggrega ai Conspirators e così il monicker sarà “Slash feat. Izzy Stradlin’ feat. Miles Kennedy feat. The Conspirators”. Il più lungo del mondo, forse, ma che qualità. Vado già a far la coda per i biglietti col sacco a pelo. E comunque, la prossima volta, mi porto i tappi per le orecchie. Non per il volume, ma per le urla della tipa dietro.

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Uno dei motivi principali che fa pensare che non ci sia speranza per l’umanità, è il fatto che gli Anathema non siano in vetta a qualsiasi classifica musicale e non abbiano un monumento in tutte le principali città europee. Non mi spingerò a dire pubblicamente che chi non li ama, forse, sotto sotto, sia una brutta persona, ma sappiate che lo penso profondamente. Partiti da un oscuro doom death, il gruppo dei fratelli Cavanagh si è evoluto e trasformato, inserendo sonorità ambient e influenze pinkfloydiane nelle parti più dure, trovando il tassello mancante con la splendida voce femminile di Lee Douglas e diventando qualcosa che di indefinibilmente stupendo. Hanno cantato lo spleen , hanno cantato i sogni, hanno superato prove che avrebbero ammazzato centinaia di gruppi a colpi di voglia di suonare, di gioia di esserci. Li ho visti dal vivo tre volte. La prima, una sera di metà novembre del 2010, Vincent ha la febbre e non può sforzare la voce, ma riesce ugualmente a tirar fuori un concerto superbo e ricco di calore, un’atmosfera unica, quasi familiare e noi non siamo in piedi sotto il palco, ma idealmente seduti attorno a un caminetto, un universo a parte, mentre fuori si congela. Su “One Last Goodbye”, ricordo la fatica titanica per ricacciare indietro le lacrime. La seconda, incredibile ma vero, capita praticamente sotto casa mia nell’ottobre 2012: Grugliasco, teatro Le Serre. Con il clamoroso album “Weather System” nuovo di pacca, gli inglesi mettono su un altro spettacolo pauroso. Ho persino l’occasione di conoscerli e fare qualche foto dopo il concerto. Penso di essere tornato a casa camminando a sei metri da terra e non voglio immaginare chi, trattenutosi più di me, ha avuto la possibilità di ascoltare un improvvisato set acustico nel parcheggio di Danny, chitarra, voce e mille altre cose della band. anathema1 La terza è ieri sera. Sono partito malmostoso verso i miei beniamini, nonostante suonassero all’Alcatraz di Milano, locale dall’acustica ottima e (last but not least, per i cagoni cronici) bagni a cinque stelle. Il casus belli è la scaletta: ma come, si è parlato di rispolverare pezzi che non venivano eseguiti da tanto tempo e mi fate praticamente tutto l’ultimo album (l’ottimo “Distant Satellites”), per di più togliendo “Dusk (Dark is descending)” che è la mia canzone preferita di tutto il lavoro? Per dimostrare la mia contrarietà, faccio quello che arriva all’ultimo momento, preferendo un panozzo all’Old Wild West al guardare il gruppo spalla (e, a occhio e croce, per le poche note sentite, meno male). Poi, appena entro e vedo il loro logo un po’ ovunque, inizio a sciogliermi e sin dalle prime note capisco di essere soltanto uno stronzone che giustamente verrà punito, a fine concerto, pestando la cacca di un cane. Anche se, a pensarci bene, la punizione vera è andata all’amico che era con me, visto che eravamo con la sua macchina. Gli Anathema, col loro nuovo corso che prevede pezzi che vanno in continuo crescendo, partendo piano e poi facendoti ritrovare, senza quasi accorgertene, in un turbine di suoni, creano una bolla luminosa. Una bolla che ci racchiude tutti, lasciando, ancora una volta, fuori tutto il resto. Non è il focolare dei Magazzini Generali citato prima, ma una sfera che si solleva e ti va guardare tutto da lontano, quasi distrattamente, ma, al tempo stesso, con empatia e partecipazione. Come se fossimo su un satellite. Su un satellite distante, per l’appunto. In mezzo a questa sfera c’è la voce di Lee Douglas. Quando una zamarra con la maglietta di Amici dice che Alessandra Amoroso ed Emma Marrone sono troppo le più migliori, bisognerebbe prenderla per un orecchio, portarla ad ascoltare Lee e poi lasciarla libera di pentirsi. La stessa sorte, a dire il vero, dovrebbe toccare a chi pensa che una voce femminile debba perdersi in inutili virtuosismi stile gospel o urletti vari, perché Lee non ha bisogno di gargarismi, sculettate o grida belluine per farsi notare. Lee è la Voce dell’Anima, punto. Canta e basta. E quel basta emoziona. E quel basta, senza quasi accorgersene, spinge sempre più in là i livelli che raggiunge. Al termine di “A natural disaster”, quando chiude il pezzo quasi senza musica di sottofondo, il silenzio della platea ha qualcosa di religioso. Oltretutto è anche tifosissima dell’Everton, quando si dice rasentare la perfezione. images C’è stata una cosa che gli Anathema hanno sempre fatto in questi anni, qualunque sia stata la pelle con cui si sono mostrati. Hanno creato catarsi, ci hanno elevato, ci hanno dato motivi per andare avanti quando tutto sembrava perduto, ci hanno regalato un’ulteriore ragione per sorridere quando tutto andava per il meglio. Le note di “Sentient” che deflagra in “Angelica” nel walkman partendo per il mare il mattino presto, tutto l’ultimo album mentre finisco la giornata sotto la doccia, l’attacco di “Deep” che arriva in testa quando meno te l’aspetti, “Lightninh Song” ascoltata prima di dormire e sempre lo stesso finale: stare bene, anche se solo per un momento. L’hanno fatto anche ieri sera, ovviamente. Col mondo sempre più cattivo e angosciante, ci sono riusciti ancora. E, per chiunque c’era, è stato in un momento diverso. Il mio è arrivato alla terza traccia, quell’Untouchable Part 1 che apre il penultimo “Weather Systems”. L’infinito crescendo che ti fa urlare il ritornello a squarciagola, a un certo punto sembrava staccarmi il cuore dal petto e inumidirmi gli occhi: è l’ che è successo. La vita è una merda, i problemi sono feroci, ma in quel momento niente e nessuno poteva ferirci. Come se avessimo chiesto, silenziosamente, ma tutti insieme, di liberarci dal male e la loro musica avesse risposto presente. Ancora una volta ci ha liberato dal male. Ci hanno liberato dal male. Amen.

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Estate 1994: penso bene di festeggiare l’ultimo anno di vita degli esami di riparazione facendomi rimandare a settembre di latino e matematica, giusto perché le esperienze vanno provate tutte. Esami brillantemente superati e premiati nell’unico modo accettabile per un adolescente in piena tempesta ormonal-musicale: acquistando le mie prime due musicassette originali di rock americano. Il prezioso foglietto che tengo in mano entrando nel glorioso “Discordia”, reca due prime scelte (“Nevermind” dei Nirvana e “Superunknown” dei Soundgarden) e due alternative. “Nevermind” non c’è, tocca alla prima “riserva”: “Vs” dei Pearl Jam.
Nasce l’amore, il nastro consumato a furia di ascolti, il recupero di “Ten”, l’attesa spasmodica per “Vitalogy” anticipata dal clamoroso singolo “Spin the black circle”, le adorabili sperimentazioni di “No Code”, la maturità di “Yield”. Vado a vederli a Torino nel 2006: buon concerto, nonostante l’idea non proprio esaltante di suonare tutto l’ultimo album, quello con l’avocado in copertina. La versione di “Black” è da brividi. Si replica nel 2010 all’Heineken: ottimi anche lì, anche se arrivo al termine della giornata stremato e non me li godo come dovrei. Duettano con Ben Harper, l’uomo più legnoso che abbia mai visto su un palco, ma musicalmente immenso. Poi arriva ieri sera, Milano, San Siro.

Il gruppo spalla è Italia-Costa Rica e provoca la reazione (ahimè) di quasi tutti i gruppi spalla del mondo: sopracciglio alzato e voglia che finisca in fretta. Prima del fischio d’inizio, Eddie Vedder si è palesato con la maglietta azzurra addosso per una versione acustica di “Porch”. Riapparirà, con tutto il gruppo, dieci minuti prima delle ventuno. Sono lontani i tempi in cui erano i giovani cantori della Generazione X: Gossard e McCready hanno i capelli grigi, Vedder e Ament qualche ruga, il solo Matt Cameron è sempre un regazzino, mentre Kenneth Gaspar è salito a bordo già agèe. Sono lontani quei tempi, quindi, ma dalla prima nota suonata non importa più nulla a nessuno, perché ci ritroviamo in una capsula dove il tempo non esiste.

I PJ provano un colpaccio già tentato in precedenza: niente partenza a mille, ma freno a mano (apparentemente) tirato. Ai pezzi più duri vengono preferito quelli più soft (e che pezzi) per stringere il “Meazza” in un morbido abbraccio. Inizia “Release”, quasi sottovoce, proseguono l’epica “Nothingman” e “Sirens” (che avrebbe potuto benissimo apparire in “Ten” senza che alcuno avesse da ridire), prima dell’ovvia deflagrazione di “Black”. Il pubblico è già vinto dopo la prima mano di poker, ha capito che può solo assecondare l’osmosi con Vedder e soci, perché si sta facendo la storia.

Certo, si dice sempre così. Il concerto più bello che abbia mai visto, un reato non esserci e simili. Solo che stavolta è  vero, quando vi diranno che vi siete persi un concerto incredibile, il concerto della vita, avranno ragione e potrete soltanto stramaledire il motivo della vostra assenza. Il gruppo che cambia scaletta ogni sera ha messo insieme quella perfetta e l’ha regalata al pubblico, in barba a suoni non sempre ottimali, per tre ore senza nessun momento di stanca. Nella mia scala personale, il momento di stanca è quando mi distraggo e inizio uno dei miei passatempi preferiti, la caccia al sosia fra il pubblico. Ieri sono riuscito a trovare solo la versione barbuta di Gaetano Curreri degli Stadio, ma solo perché era a un centimetro da me. Per il resto, occhi solo al palco, dove il jukebox sputa sogni a ripetizione.

ecco un Curreri, ma con la barba.

ecco un Curreri, ma con la barba.

Tripletta di cartelle con “Go”, “Do The Evolution” e “Corduroy”. Eddie Vedder che legge in italiano scatenando boati. Eddie Vedder con la bottiglia di vino in mano, sempre più vuota con l’avanzare del concerto. Quella gemma assoluta di “MFC”. Eddie Vedder che si dimentica le prime parole di “Given To Fly” e si dà dello “stronso” da solo (e senza leggere). “Not for you” e “Why Go” che ti fanno ricrescere la camicia a quadrettoni addosso. “Rearviewmirror” che, oggi come allora, semplicemente spacca i culi.

E poi i bis, i bis. Bis che sono il massimo dell’opulenza, è quasi troppo ciò che ci viene scaricato addosso, è tutto un girarsi verso il vicino sghignazzando e dire “ah, ah, hanno fatto pure questa, non ci credo”, con le richieste mentali di ognuno esaudite come per magia. Su “Elderly Woman”, cantata con una partecipazione da inno nazionale, le lacrime, che hanno resistito con “Black”, sono dovute uscire per forza. Vedder dedica “Just Breathe” a sua moglie, presente a bordo palco col resto della famiglia, creando un’atmosfera in grado di rendere il più truce dei metallari un postatore di immagini di gattini pucciosi e solo parzialmente rovinata da una tizia con l’apparecchio per i denti che ha urlato “DIVORZIOOOOOOO” col tempismo di un peto in chiesa. “Daughter” è catartica (e inserire al suo interno “W.M.A.” una chicca da gourmet). Poi è tutta discesa: le prime note di “Jeremy” e “Betterman” fanno impazzire la folla, mentre sull’accoppiata “Spin the Black circle”/”Lukin” credo di aver sborrato. “Porch” chiude la prima parte dei bis, ma ci sono ancora tre gettoni da inserire.

"Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa"

“Celentano e Claudia Mori, ce fate na pippa”

Si chiude con una tripletta da urlo: “Alive”, “Keep on rockin’ in the free world” di Neil Young (con il figlio di Matt Cameron che sostituisce alla chitarra lo scatenato McCready, il quale, alla faccia dei miei commenti sui suoi capelli grigi, a petto nudo si dimostra più tonico di me che ho tredici anni in meno) e “Yellow ledbetter”. Lo stadio è totalmente illuminato e mi guardo attorno, sto bene, stiamo tutti bene, siamo tutti belli. Eppure ci sarà qualcuno che posta link tipo “Dolce e un po’ bastarda/o” o che apprezza le insalatone. Invece no, le differenze si annullano, le liti sembrano appartenere a un’altra dimensione, siamo altrove, dove le disgrazie non ci possono toccare, il male sembra irreale e il Toro non ha pagato 800000 euro per riscattare Barreto alle buste. Ed è tutto bellissimo, così bello che mi sento anche un po’ triste, perché non troverò mai parole altrettanto bello per raccontarlo, anche l’articolo migliore dell’universo sarebbe brutto confrontandolo a ciò che è capitato, al miracolo accaduto per mano dei Pearl Jam. Tre ore di puro bene.  Oh, se Eddie Vedder fonda un partito, si sappia, io lo voto.

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Sarà perché è in quel decennio che ho vissuto adolescenza-post adolescenza e derivati, ma penso che il periodo ’90-’99 sia stato il più importante, musicalmente parlando, dopo i “seventies”: la spinta del grunge, il metallo che sembrava prima soccombere, ma poi, seppur ridimensionato in certi numeri, ha saputo ribattere e rinascere con album semplicemente spettacolari nei vari filoni e sottofiloni, le riviste di settore trattate come reliquie e su cui si poneva fiducia quasi cieca, con internet di là dal diffondersi. Ci sono album che ballano una sola estate e capolavori che ridefiniscono un generi, zampate da vecchi leoni e opere tremendamente sottovaluMegadeth-Youthanasiatate.

“Youthanasia” dei Megadeth fa parte dell’ultimo lotto, bollato in fretta come album commerciale, mentre è la prosecuzione naturale di “Countdown to extinction” e, pur essendo inferiore al predecessore, è ancora una macchina da guerra per quasi tutta la sua durata.

Innanzitutto, la copertina. Hugh Syme fa le cose in grande: una massaia che stende neonati come fossero panni sporchi, sotto un cielo minaccioso. Immediato l’acquisto della maglietta corrispondente, con tanto di disputa teologico-filosofico con una suora incrociata per caso e che contestava l’immagine sul mio petto. Valle a spiegare che era una metafora (forte) della condizione sociale dell’essere umano, che era un verso di denuncia della titletrack e che, con tutto il rispetto, sono uno degli uomini più mansueti al mondo e, per salvare delle anime, avrebbe dovuto andare a rompere i coglioni da un’altra parte.

In tempi di ristrettezze finanziarie, l’album arriva con la solita cassettina copiata: ne viene inspiegabilmente usata una da 90’, quando ne sarebbe bastata una da 60’, il che porta a un eterno fast forward al termine di ogni lato. Secondo disguido: i primi secondi si sentono malissimo, il che mi porta a godere leggermente meno del riff sontuoso di “Reckoning day” che, usando un giro di parole, spacca i culi.  Fortunatamente, il riff viene ripetuto una dozzina di volte anche quando il suono diventa nitido, poi Mustaine attacca a cantare con una voce accettabile (cosa non sempre accaduta) di rese dei conti, mentre il suono si ammorbidisce verso il ritornello (parola tristissima, lo so) e gli assoli si sprecano. Buon modo di rompere il fiato.

Si passa a “Train of consequences”, il primo singolo, un riff arrogante come unghie che graffiano il muro. Il pezzo spacca, spacca anche il video, dove, durante un angosciante viaggio in treno, si gioca una partita a poker in cui uno dei partecipanti punta un occhio. Il proprio. Cioè, vedi proprio l’occhio cadere sul tavolo e poi inquadrano il tipo diventato guercio: aspettare che passi su Videomusic e registrarlo in vhs diventa un dovere morale che, video musicali a parte, riservo solo alla Gialappa’s, a brandelli di Playboy Show e a qualche scorcio di tetta alla Penthouse su Quartarete. Dopo questa doppietta iniziale, la tensione cala leggermente con “Addicted to Chaos” che resta comunque più che dignitosa.

Il quarto capitolo è “A tout le monde”, dove regna l’allegria con il buon Dave che immagina di proferire le sue ultime parole sul letto di morte. Il testo avrebbe dovuto essere proposto in cinque lingue, ma il rosso leader si è reso conto di avere difetti di pronuncia insormontabili e ha ripiegato solo sul francese, cosa che dal mio modesto punto di vista, data l’idiosincrasia nell’accostare la lingua di Brassens alla musica dura (sì, ok, c’è “Antisocial” dei Trust, ma anche gli orologi fermi segnalano l’ora esatta due volte al giorno), si sarebbe potuto evitare. “Je vous appartien” ringhiato da Mustaine non si può sentire e rischia di rovinare un pezzo comunque epico, abbastanza inspiegabilmente riproposto a distanza di anni in duetto con Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, che rimane sempre una grande e ha una voce della Madonna e quindi può permettersi tutto.

Dopo il pezzo più debole dell’album (“Elysian Fields”, dove i ‘Deth cercano di buttar dentro tante cose riuscendo a non azzeccarne mezza), arriva uno dei momenti più alti dell’album: “The killing road”. Il riff è violento, pesante, pieno di groove e adatto da fischiettare sotto la doccia: tutto questo popò di roba contemporaneamente prelude a una canzone cattiva nei testi e nelle sonorità, dove Mustaine parla di autodistruzione, argomento che conosce piuttosto bene, con un’amarezza violenta che fa riflettere (“Lost my mind/lost all my money/ i lost my life to the killing road”) in un crescendo irresistibile, con un finale in cui Nick Menza sembra prendere a pugni la batteria.

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A questo punto, per il sottoscritto, veniva il momento di cambiare il lato della cassetta e godersi l’intro sulfurea di “Blood of heroes”, dove i Megadeth provano a cimentarsi nelle tematiche manowariane. Questa canzone piaceva a una mia compagna di classe, che era anche carina, ma io ero fidanzato con un’altra, che ci vuoi fare, è andata così: niente limonata ascoltando Mustaine intonare “still alive/blood of heroes/never die/they never die”, mentre spadoni fiammeggianti volano nel cielo. Musicalmente siamo di fronte a un mid tempo abbastanza solido, che permette qualche scapocciata con faccia cattiva, ma non troppo.

Il tono rimane bello alto con “Family Tree”, dove il basso di Dave Ellefson è qualcosa che ti entra nel cervello in maniera sinuosa e te lo apre in due. “Bam bam bam bam bam” mentre Diamond Dave parla degli orrori e degli abusi che possono nascondersi dietro l’aspetto rassicurante di una famiglia. Lo spessore lirico, anche qui, non è indifferente (“The tigers eat their young” è una frase che colpisce in mezzo agli occhi), ma addirittura aumenta con la già citata titletrack, che ha un riff che sembra prenderti in giro e finisce con insinuarsi anch’esso nella testa, mentre un Mustaine sempre più in forma ci racconta che “we’ve been hung out to dry”. Con il growl, sarebbe un pezzo adatto per i Carcass di “Swan Song”, il che, detto da uno come me che per i Carcass è malato, è il più grande dei complimenti e dovrebbe suscitare reazioni simili al “sei dimagrita” detto alla propria fidanzata.

“I thought i knew it all” e “Black curtains”, pur non essendo ai livelli delle tracce immeddave-mustaine-corbis-630-80iatamente precedenti, ti fanno fare la faccia sufficientemente truce quando le ascolti e quindi la sfangano, anche se gradisco più la prima della coppia. Si chiude col botto con “Victory”, chicca totale all’interno del cui testo vengono inseriti titoli di vecchie canzoni (l’apice è la risatina dopo “Lucretia said”): il pezzo è una discreta cartella, parte all’improvviso e rischia di coglierti impreparato. Una volta ero mezzo abbioccato sull’autobus e quando il fedele walkman mi ha sparato l’attacco nelle orecchie, ho fatto un salto di un certo livello, guardato con stupore dagli altri passeggeri. Il duello finale tra gli assoli di Mustaine e Friedman è un Mezzogiorno di fuoco delle sei corde dove non si sa per chi tifare. Visto come sono andati gli album successivi, come si sia frantumata quella che è la formazione migliore dei Megadeth e tutti gli annessi e connessi, forse avrei dovuto tifare per la cristallizzazione del momento.

 

Ps Nella versione rimasterizzata, c’è la breve, ma ottima, “Millennium of the blind” (poi riproposta in Thirteen) e alcune versioni demo tendenzialmente inutili, fra cui quella di “A tout le monde”, dove Mustaine sembra realmente cantare da un letto, se non di morte certamente da post-sbronza, e l’assolo pare suonato con una tastierina Bontempi. Teniamoci l’originale.

Gente Glabra

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