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E’ complicato scrivere della più importante kermesse italiana dedicata al Cinema, e spiegheremo perché, senza ripetersi e ripeterne le sue peculiarità: “l’unico Festival urbano italiano”, “il Festival del pubblico” “il Festival del Cinema di ricerca e di confine”.

Eppure la discussione sui presupposti per una sua trasformazione, in un senso recessivo, sono stati il refrain di questa trentaduesima edizione: il taglio di centocinquantamila euro a meno di un mese dall’inizio del festival, il taglio di due sale su dieci, il conseguente taglio del numero di proiezioni, l’ansia circa la perdita di diecimila biglietti secca prevista, niente red carpet, niente star, niente catalogo, niente madrina del Festival.

Il cielo su Torino era addensato di nuvoloni neri che a grande velocità sembravano dirigersi sulle teste delle povere e dei poveri spettatori e su quella delle neo, o vetero, Direttrice del Festival Emanuela Martini, chiamata per brevità , negli anni delle grandi direzioni artistiche morettiane, ameliane e virziniane, “quella che lavorava e si faceva il culo”.

Dietro le quinte o sul red carpet, poco importava.

E invece la pioggia a Torino è arrivata solo negli ultimi giorni del Festival a benedire un edizione che ha del miracoloso date le nefaste premesse.

Quello che non era stato considerato, o meglio quello che non c’è e che manca nelle analisi di chi è abituato a concepire i grandi eventi culturali in base al numero di banchetti, tappeti, star ed “eventi mediaticamente spendibili”, era la variante X dell’industria culturale italiana.

Una misteriosa e sconosciuta entità che compare magicamente nei momenti più inaspettati scompaginando previsioni e ridefinendo priorità, spesso senza capirne il senso, temi, gusti e programmi: il Pubblico.

E di pubblico a Torino per il Film Festival ce n’era davvero tantissimo.

Più quattro per cento nelle vendite dei biglietti, ed eravamo solo a metà Festival, con due sale e molte proiezioni in meno.

C’è solo che di complimentarsi con lui.

Un Pubblico, come sempre, variegato e popolarmente colto.

Gli studenti universitari sono i miei preferiti, in loro rivedo la passione che avevo a quell’età, e che ho ancora ma con meno voglia di tirarla per le lunghe, fatta di polemiche e infinite discussioni sui film visti, sul loro senso profondo, l’estetica e le reali intenzioni del regista: “tu non prendi in considerazione il fatto che” “ma guarda che l’aveva già fatto tizio, caio, sempronio, e molto meglio”. Bellissimi.

Le “sciure” sono attente e combattive, sono insegnanti in pensione o casalinghe per nulla disperate, vengono al cinema da sole o in gruppi fatti di pari età, consumano panini imbottiti in piedi, in coda, fuori dalla sala e anche dentro, “perché alle 14.00 mi parte quest’altra proiezione al Massimo e non ho tempo per pranzare, sì, un Horror, e mi hanno detto che è anche molto bello”

Gli “addetti ai lavori” sono in incognito, nella piramide sociale di una particolarissima comunità che come massima autorità riconosce la “rush line”, la fila per chi non ha biglietto ma, munito di abbonamento o accredito, spera che qualcuno che l’ha acquistato non si presenti così da poter entrare a quella proiezione “che ci tengo tanto ma mi son mosso tardi ed erano finiti i biglietti”.

La sensazione che ti da passare attraverso una rush line è simile all’ebbrezza del gioco, un piccolo miracolo che si concretizza, molto meglio del gratta e vinci quando ne vinci cinque dopo averne spesi due, euro.

Riconosci gli “addetti ai lavori” dai badge con la strisciolina azzurrina, rossa, verde se sono dei professionali, gialla per quelli della stampa.

Per tutti “il terzo tempo” è fuori dalla sala, per strada, nella pausa tra un film e l’altro, tra una sigaretta e l’altra.

E allora tendi le orecchie per capire di che film sta discutendo quel gruppo, che magari ci rimedi una buona dritta e sei sempre disposto a modificare il tuo programma, assomigliante a una strategia di guerra in cui hai calcolato durata dei film, tempo di spostamento da un cinema all’altro, tempo per pranzare e andare in bagno.

Ma sei comunque disposto.

“Tu cosa vai a vedere dopo?”

“Ah sì me ne hanno parlato benissimo, mi sa che provo a vedere se son rimasti dei biglietti”

E allora la comunità si rimette in moto, la strada si svuota: tutti in sala o a prendere il 15 e il 55 che portano dal Reposi al Massimo e viceversa.

Vai a vedere un Horror, davvero tanti quest’anno, vai vedere i film in Concorso di TORINO 32, o quelli della sezione documentaria, cerchi di capire cosa sta uscendo e cosa è uscito di bello quest’anno nel mondo e allora ti prenoti per un film della FESTA MOBILE, “non mai visto quel film al cinema ma i miei genitori sì e me l’hanno consigliato” e vai con le retrospettive sulla New Hollywood, su Giulio Questi, l’omaggio a Profondo Rosso di Dario Argento e il carpet ridiventa rosso, sangue.

I film rispecchiano il loro pubblico e attingono a un campionario smisurato di generi, durate, temi, argomenti e ambiti.

Impossibile riassumerli tutti nello spazio di un testo scritto, almeno che tu non abbia a disposizione un saggio.

Ma se volessimo fare un gioco inseguendo le nostre sensazioni, come in una sorta di brain storming a posteriori, diremmo così: tanto horror, e mi sa che l’avevate già capito, molta ironia, un pizzico di bondage, femminismo, est, meno estremo e molto più vicino a noi, quello medio e quello europeo, quello eurasiatico più di quello giapponese, coreano o singaporiano, molti bambini e tante mamme, storytelling autobiografico, trentenni in cerca di se stessi, attrici, scrittori, uomini con la pistola quanto basta.

E sarebbe una mappa cognitiva abbastanza parziale dell’immensa festa di immagini e suoni che è il Torino Film Festival, più di centottanta film presentati in dieci giorni.

E scusate se è poco.

Per la cronaca la Giuria di TORINO32, principale concorso del Festival, capitanata da Ferzan Ozpetek e composta da Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi  premia “Mange tes morts”, road movie gitano a tinte noir del francese di Jean-Charles Hue.

Secondo, Premio Speciale della Giuria, “For Some Inexplicable Reason” dell’ungherese Gábor Reisz, vero trionfatore di questa edizione del Torino Film Festival, che si aggiudica ben altri quattro premi: quello del pubblico, il  Premio speciale della giuria Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e i due premi collaterali, Premio Scuola Holden Storytelling & Performing Arts e il Premio Achille Valdata, assegnato da una Giuria di lettori di Torino Sette.

Le migliori attrici sono Sidse Babett Knudsen, nel ruolo di Cynthia in “The Duke of Burgundy” di Peter Strickland e Hadas Yaron, nel ruolo di Meira in “Felix & Meira” di Maxime Giroux.

Miglior attore a Luzer Twersky, nel ruolo di Shulem, sempre per “Felix & Meira”.

Sul fronte documentario vincono la sezione italiana “Rada” di Alessandro Abba Legnazzi e quella internazionale “Endless Escape, Eternal Return” dell’Armeno Harutyun Khachatryan.

Inspiegabilmente ignorati dalle giurie, il monumentale “Gentlement” dello svedese Mikael Marcimain, già a Torino nel 2012 con “Call Girls”,  l’horror perfetto “The Babadook”, entrambi nel Concorso principale TORINO32, e “Waiting For August” di Teodora Ana Mihai, nella sezione Internazionale.doc.

Mentre qualcosa in più l’avrebbe sicuramente meritata il bellissimo “Memorie – In viaggio verso Auschwitz” di Danilo Monte, in concorso nella sezione Italiana.Doc, struggente viaggio dentro la memoria personale, che diventa collettiva, di due fratelli che riprendono a comunicare sul treno che li porterà a Carcovia, che comunque vince il Premio AVANTI! e girerà quindi nel circuito culturale curato da Lab 80 film.

La nostra personalissima menzione speciale va ad un film non in concorso ma che speriamo ardentemente venga presto distribuito in Italia: “The Guest” di Adam Wingard, regista di You’re Next e di due episodi di V.H.S., è un film cinicamente compiaciuto, visivamente potentissimo, violentemente ironico e che ha come protagonista un anti-eroe vero, potenzialmente un cult.

La Martini sembra essere passata su tutto con la sicurezza e l’elegantissimo distacco di chi è certo del proprio lavoro e, nella conferenza stampa di chiusura, oltre a cazziare la sala per il casino e il disordine, sempre con grande ed elegante distacco, ha detto la sua sui temi ancora sospesi.

Le sale in meno andranno sicuramente recuperate.

Le star? Vanno bene se sono in linea con lo spirito del Festival.

Che tradotto significa che vanno bene se sono parte della comunità e non il contenuto del programma. Che tradotto ancora meglio significa che a Torino quello che conta è il Pubblico e ciò che conta per il Pubblico sono i film. Se le Star non se la tirano, e son disponibili a fondersi con questo clima, vanno benissimo, budget permettendo.

E poi, chi ha detto che non ce n’erano?

Per la proiezione di Profondo Rosso i fan di Dario Argento erano in visibilio fuori dal Massimo per farsi autografare le locandine e i dischi con la colonna sonora del film, e personaggi come Pannofino o Mastandrea in Italia sono delle vere star.

Per non parlare di Eddie Redmayne, bello e bravissimo astro nascente, in odore di Oscar per la sua interpretazione in The Theory of Everything, presente a Torino nella sezione FESTA MOBILE e in uscita nei cinema italiani a gennaio.

In ultimo una vera chicca: il racconto del litigio con uno spettatore sulla scottante questione della mancata stampa del catalogo.

Una ferita ancora aperta nel cuore di chi li collezionava tutti, dalla prima edizione.

La Martini non si scompone: il catalogo è un utile strumento di lavoro ma era disponibile on-line.

Talmente poco feticista Lei, che quando va a fare il critico in giro per i Festival di tutto il mondo e deve scrivere di un film, le pagine del catalogo le strappa.

Così, con eleganza.

Prossimo appuntamento a Torino, le date sono state già comunicate ufficialmente, per la trentatreesima edizione dal 20 al 28 novembre 2015.

Noi ci saremo! Viva il Cinema!

dal nostro inviato KALKARION77

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Gli Atlas Losing Grip cambiano cantante.

“Currents World Tour” il prossimo tour  che partirà a Gennaio sarà senza Rodrigo Alfaro alla voce

Stando a quanto dichiarato dalla band l’ex Satanic Surfers non riusciva a garantire una  totale disponibilità per tutte le date del tour.

 

#graziealcazzo direbbe il saggio

Tra il cantante e il resto della band ci passano vent’anni di età, con Rodrigo pure padre di un bambino, gli Atlas Losing Grip per quanto possano girare hanno cachet decisamente bassi ( 300€ per la data ti Torino dello scorso inverno ) e gli stili di vita non coincidevano con le ambizioni della band che l’hanno prontamente rimpiazzato con Niklas Olsson anche lui svedese e con una gran bella voce

qui il video con cui gli Atlas Losing Grip presentano il nuovo cantante

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Adoro tutto dei Nirvana.

Tutta la discografia, da Spank thru fino a You know your rights, dalla prima all’ultima canzone scritta, dai peggio live puzzolenti, quelli dove anche Stephen Hawking suonerebbe meglio quella cazzo di About a girl, al meraviglioso Unplugged di New York.

Ma c’è una canzone che proprio non sopporto, che solo a sentirla mi sale il nazismo ostile, che arrivo a litigare se non me la levi subito.

 

Come As You Are.

 

Che solo a scriverlo m’ha dato un po stizza.

 

Ecco Come as you are porta sfiga. 

 

E’ la Marco Masini delle canzoni grunge, il Salvatore Bagni del songwriting, la Jessica Fletcher della situazione.

Non starò a tediarvi coi dettagli ma ho appurato attraverso rigorosi metodi scientifici su un campione di casi considerevole, applicando un inferenza bayesiana su un modello di Cartier-Bresson, risolvendolo tramite un albero di refutazione logica*

Ascolto Come as you are -> merdone immediato = true

 

science bitch

Stephen Hawking che suona Come As You Are

 

Sarà per il video, quella roba di pistole e versi ambigui, che hanno poi reso i Nirvana il più famoso gruppo con 6 gambe e due teste.

Sarà perché il riff di chitarra è stata la prima cosa in assoluto che abbia imparato a suonare con la chitarra, eseguendolo a ritmi di 48327694328763428 volte al giorno come uno scrotospastico**

Non saprei ma io appena la sento mi tocco i coglioni e cambio canzone.

Invece Pitchfork chiude proprio con questa canzone l’articolo (evidentemente non sapevano del mio problema) in cui  si annuncia che uscirà per la HBO  Montage of Hack, un documentario autorizzato su Kurt Cobain

La cosa particolare è che Montage of Hack è il primo documentario “fully authorized”, ovvero fatto con la l’autorizzazione e addirittura partecipazione di Courtney Love e la figlia Frances Bean.

Il documentario prende il nome da un mixtape che Cobain fece alla fine degli anni ’80 e contiene decine di canzoni e live rarità e robechenonavetemaivisto tra opere, foto, libri registrazioni e archivi personali.

Brett Morgen, regista del documentario ha dichiarato

“I started work on this project eight years ago. Like most people, when I started, I figured there would be limited amounts of fresh material to unearth. However, once I stepped into Kurt’s archive, I discovered over 200 hours of unreleased music and audio, a vast array of art projects (oil paintings, sculptures), countless hours of never-before-seen home movies, and over 4000 pages of writings that together help paint an intimate portrait of an artist who rarely revealed himself to the media.”

La HBO ha dichiarato che verrà trasmesso in prima serata la prossima stagione.

 

Il mixtape da cui prende il nome Montage of Hack

 

 

* eja.

** spero che L’ AIDS (Associazione Italiana Donatori di Scroto) non si sia offesa e non voglia partire con azioni legali.

 

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In questi mesi si fa un gran parlare di punk rock dopo le uscite dei dischi bomba  di Lagwagon, Rancid e Sick of it all e l’exploit mortal kombat di Fat Mike verso un suo fan

Ma se questi nomi per qualcuno di voi hanno un senso è molto probabile che ne abbiate sentito parlare solo dopo il 1994.

Era il 1 Febbraio 1994 quando Dookie, terzo album dei Green Day, il primo per una major dopo due dischi per Lookout, uscì nei negozi di dischi.

Quel giorno venne aperto il vaso di Pandora del punk-rock, mettendo in luce una scena così ricca e potente da aver cambiato la vita a milioni di ragazzini. (anche meno magari… ma  a me m’ha dato un motivo per alzarmi la mattina e schiacciarmi i brufoli quando avevo quindici anni.)

Per quanto possano essere odiati dai puristi e idolatrati da schiere di dodicenni ( dodicenni ad oggi, quindi nati nel 2002! ) Billie Joe e soci hanno permesso a gruppi come Offspring, Rancid, Bad Religion, NOFX, Pennywise di arrivare a vendere milioni di dischi (una cifra enorme per una scena dopotutto di nicchia) e suonare sui palchi più importanti in giro per il mondo.

E infatti è di questo che si parla in ONE NINE NINE FOUR, un documentario, scritto e diretto da Jai Al-Attas e prodotto da una indipendente australiana che esplora dalla nascita fino al suo picco di massimo splendore la scena punk californiana.

Direttamente dalla voce di Tony Hawk vengono raccontati gli albori di quella scena dagli attori principali con interviste a Brett Gurewitz (Bad Religion e Epitaph Records) e  Fat Mike (NOFX e Fat Wreck Chords) che raccontano come sono nate esplose le loro etichette indipendenti tanto da scatenare una guerra con le major per accaparrarsi le band migliori come Offspring,  Rancid e Blink 182 fino agli stessi Bad Religion che molleranno Epitaph e Gurewitz per la Sony Records

Video di repertorio e i  racconti di  NOFX, Pennywise e Green Day, le testimonianze dei creatori del Vans Tour, i Vandals e la loro Nitro, la Lookout Records danno il quadro completo di una delle scene più rappresentative di quegli anni.

il video è totalmente in inglese non sottotitolato. ma tolto Tim Amstrong che parla come se uno gli avesse vomitato in bocca il resto è abbastanza facile da capire.

 

 

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Sylvain Chomet , il creatore di Appuntamento a Belleville ha creato per la puntata una sua personalissima versione della famosa gag del divano dei Simpson per la puntata “Diggs” che andrà in onda negli stati uniti il prossimo 9 Marzo.

L’esperimento è talmente ben riuscito che persino Makkox pubblicandolo si dichiara sconfitto abbestia

 

 

ma veniamo alle cose importanti :

Il video

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Cosa non si fa oggigiorno per vincere una competizione online!

Stiamo parlando di RisorsaCultura, ideato e progettato da Kalatà , studio multidisciplinare, con sede a Mondovì (CN), che si occupa di progettazione in ambito culturale.

Il progetto rientra fra i 40 selezionati (fra oltre 600 provenienti da tutta Italia) dal bando “cheFare” che mette in palio 100.000 euro da investire in iniziative a favore della cultura.

RisorsaCultura intende la cultura e le attività culturali come forme e strumenti di welfare: al pari della salute, dell’alimentazione e del reddito, la fruizione culturale contribuisce al benessere delle persone, migliorando la qualità della loro vita.

Ora, per accedere all’ultima fase di selezione, il progetto ha bisogno di tantissimi voti online e per farlo si è affidato alle parole del tenente Paolo Balestri (bravissimo doppiatore bolognese) in arte “Aldo Raine” del celebre film “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino.

Ascoltatevi il suo discorso, merita davvero. E votate il progetto RisorsaCultura!

Il progetto

Questo il link per votare RisorsaCulturahttp://www.che­fare.com/progetti­approvati/risorsacultura/

Queste sono alcune delle foto relative a momenti di arte partecipata, attuati attraverso il coinvolgimento di artisti, su temi forti individuati dai residenti : gli artisti vivono a contatto degli abitanti, abitano nelle loro case, elaborano e condividono il processo artistico; il loro intervento è occasione di incontro e di socialità.

La popolazione è stata coinvolta attraverso azioni di ascolto e di partecipazione attiva.

“I volti dell’attivismo bovesano”

Manifesti affissi a Boves (CN) su progetto fotografico di Michele d’Ottavio / graphic: mono-design.it

 

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“Rocce”

L’artista Andreco nel corso della realizzazione del murales “Rocce” a Chiusa di Pesio (CN)

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“Una coperta troppo corta”

Lo scrittore Marco Magnone ha soggiornato per un periodo in Valle Gesso (CN) interpretando, in un racconto, temi e suggestioni arrivati dagli abitanti.

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“Regina Coeli”

Backstage del documentario “Regina Coeli” realizzato dal collettivo di videomaker “Geronimo Carbonò” a Vernante (CN)

 

 

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Kamil Czapiga

Kamil Czapiga

Kamil Czapiga è un tatuatore polacco di Katowice che prende ispirazioni dalla cultura e la mitologia slava fondendosi con un’ immaginazione fervida e uno stile molto delicato.

 

 

 

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Kamil Czapiga tatoo

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se vi va di farvi tatuare potete prendere un appuntamento qui

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Io che sono cresciuto con i Postal Market in bagno,  le notti in bianco con Max Pezzali in sottofondo e le doce gelate “sperando per un si” e un avambraccio destro decisamente in forma.

youporn prima dell'era di internet

Noi che siamo cresciuti con la connessione 56kb con le immagini che si caricavano un pezzo alla volta, e quando arrivavi sul più bello la connessione andava giù. 

il porno nell era del 56kb

 

Abbiamo imparato a conoscere IRC, Meetic, Badoo, MySpace, Facebook, Chatroulette Youporn e qualsiasi altro social network atto a raggiungere il fine ultimo di ogni essere umano (la condivisione di foto di gattini e link pro Stamina, obvsly)

Sta per nascere il primo vero social network per fare sesso.

Ma non stiamo parlando di una banale chat per erotomani, uno di quei posti dove inizi la conversazione con una mano nell’organo genitale e l’altro nell’organo digitale atto a scrivere maialate in italiano sgrammaticato e senza doppie, o in una webcam buia con primo piano di peli pubici e lingerie contraffatte di Just Cavalli.

No gente. Qui si parla di un posto dove scopare. Scopare sul serio stando comodamente seduti a casa propria.

Semplicemente TOTALE

L’idea è facile, è come giocare con la Wii, ma il device è decisamente più ergonomico e lubrificato.

Questa esaltante rivoluzione arriva dalla FriXion


 

Ora a prescindere dalle battute da scuola media questa cosa potrebbe davvero rivoluzionare la nostra società.

Se è vero che il motore del mondo è il sesso, avercelo nel salotto di casa porterebbe a un’apocalittica rotta di marcia verso un nuovo mondo.

Ma l’ultimo atto di questa tragedia sarà davvero interessante.

 

 

 

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Sono passati pochi giorni dall’alluvione alimentare che ha inondato il nostro fegato spingendo barconi di trigliceridi immigrati a stanziarsi in campi profughi nelle zone dei glutei, degli addominali e dei doppimenti.

A nulla sono servite le ronde notturne di Montenegro “ghiaccioarancia”  per smaltire il cinghiale al sugo della mamma.

Quindi poche scuse.

E’ ora di mettersi la tuta buona da passeggio, le scarpe da ginnastica e iniziare a fare un po di twerking spinto se non vogliamo che gli inestetismi della pelle consumino quel piccolo barlume di speranza che Barbara D’Urso ci ha donato.

Gente Glabra

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