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Uno dei motivi principali che fa pensare che non ci sia speranza per l’umanità, è il fatto che gli Anathema non siano in vetta a qualsiasi classifica musicale e non abbiano un monumento in tutte le principali città europee. Non mi spingerò a dire pubblicamente che chi non li ama, forse, sotto sotto, sia una brutta persona, ma sappiate che lo penso profondamente. Partiti da un oscuro doom death, il gruppo dei fratelli Cavanagh si è evoluto e trasformato, inserendo sonorità ambient e influenze pinkfloydiane nelle parti più dure, trovando il tassello mancante con la splendida voce femminile di Lee Douglas e diventando qualcosa che di indefinibilmente stupendo. Hanno cantato lo spleen , hanno cantato i sogni, hanno superato prove che avrebbero ammazzato centinaia di gruppi a colpi di voglia di suonare, di gioia di esserci. Li ho visti dal vivo tre volte. La prima, una sera di metà novembre del 2010, Vincent ha la febbre e non può sforzare la voce, ma riesce ugualmente a tirar fuori un concerto superbo e ricco di calore, un’atmosfera unica, quasi familiare e noi non siamo in piedi sotto il palco, ma idealmente seduti attorno a un caminetto, un universo a parte, mentre fuori si congela. Su “One Last Goodbye”, ricordo la fatica titanica per ricacciare indietro le lacrime. La seconda, incredibile ma vero, capita praticamente sotto casa mia nell’ottobre 2012: Grugliasco, teatro Le Serre. Con il clamoroso album “Weather System” nuovo di pacca, gli inglesi mettono su un altro spettacolo pauroso. Ho persino l’occasione di conoscerli e fare qualche foto dopo il concerto. Penso di essere tornato a casa camminando a sei metri da terra e non voglio immaginare chi, trattenutosi più di me, ha avuto la possibilità di ascoltare un improvvisato set acustico nel parcheggio di Danny, chitarra, voce e mille altre cose della band. anathema1 La terza è ieri sera. Sono partito malmostoso verso i miei beniamini, nonostante suonassero all’Alcatraz di Milano, locale dall’acustica ottima e (last but not least, per i cagoni cronici) bagni a cinque stelle. Il casus belli è la scaletta: ma come, si è parlato di rispolverare pezzi che non venivano eseguiti da tanto tempo e mi fate praticamente tutto l’ultimo album (l’ottimo “Distant Satellites”), per di più togliendo “Dusk (Dark is descending)” che è la mia canzone preferita di tutto il lavoro? Per dimostrare la mia contrarietà, faccio quello che arriva all’ultimo momento, preferendo un panozzo all’Old Wild West al guardare il gruppo spalla (e, a occhio e croce, per le poche note sentite, meno male). Poi, appena entro e vedo il loro logo un po’ ovunque, inizio a sciogliermi e sin dalle prime note capisco di essere soltanto uno stronzone che giustamente verrà punito, a fine concerto, pestando la cacca di un cane. Anche se, a pensarci bene, la punizione vera è andata all’amico che era con me, visto che eravamo con la sua macchina. Gli Anathema, col loro nuovo corso che prevede pezzi che vanno in continuo crescendo, partendo piano e poi facendoti ritrovare, senza quasi accorgertene, in un turbine di suoni, creano una bolla luminosa. Una bolla che ci racchiude tutti, lasciando, ancora una volta, fuori tutto il resto. Non è il focolare dei Magazzini Generali citato prima, ma una sfera che si solleva e ti va guardare tutto da lontano, quasi distrattamente, ma, al tempo stesso, con empatia e partecipazione. Come se fossimo su un satellite. Su un satellite distante, per l’appunto. In mezzo a questa sfera c’è la voce di Lee Douglas. Quando una zamarra con la maglietta di Amici dice che Alessandra Amoroso ed Emma Marrone sono troppo le più migliori, bisognerebbe prenderla per un orecchio, portarla ad ascoltare Lee e poi lasciarla libera di pentirsi. La stessa sorte, a dire il vero, dovrebbe toccare a chi pensa che una voce femminile debba perdersi in inutili virtuosismi stile gospel o urletti vari, perché Lee non ha bisogno di gargarismi, sculettate o grida belluine per farsi notare. Lee è la Voce dell’Anima, punto. Canta e basta. E quel basta emoziona. E quel basta, senza quasi accorgersene, spinge sempre più in là i livelli che raggiunge. Al termine di “A natural disaster”, quando chiude il pezzo quasi senza musica di sottofondo, il silenzio della platea ha qualcosa di religioso. Oltretutto è anche tifosissima dell’Everton, quando si dice rasentare la perfezione. images C’è stata una cosa che gli Anathema hanno sempre fatto in questi anni, qualunque sia stata la pelle con cui si sono mostrati. Hanno creato catarsi, ci hanno elevato, ci hanno dato motivi per andare avanti quando tutto sembrava perduto, ci hanno regalato un’ulteriore ragione per sorridere quando tutto andava per il meglio. Le note di “Sentient” che deflagra in “Angelica” nel walkman partendo per il mare il mattino presto, tutto l’ultimo album mentre finisco la giornata sotto la doccia, l’attacco di “Deep” che arriva in testa quando meno te l’aspetti, “Lightninh Song” ascoltata prima di dormire e sempre lo stesso finale: stare bene, anche se solo per un momento. L’hanno fatto anche ieri sera, ovviamente. Col mondo sempre più cattivo e angosciante, ci sono riusciti ancora. E, per chiunque c’era, è stato in un momento diverso. Il mio è arrivato alla terza traccia, quell’Untouchable Part 1 che apre il penultimo “Weather Systems”. L’infinito crescendo che ti fa urlare il ritornello a squarciagola, a un certo punto sembrava staccarmi il cuore dal petto e inumidirmi gli occhi: è l’ che è successo. La vita è una merda, i problemi sono feroci, ma in quel momento niente e nessuno poteva ferirci. Come se avessimo chiesto, silenziosamente, ma tutti insieme, di liberarci dal male e la loro musica avesse risposto presente. Ancora una volta ci ha liberato dal male. Ci hanno liberato dal male. Amen.